Società

Social vietati sotto i 16 anni: può bastare una legge come quella australiana per restituire ai giovani «un’infanzia» e ai genitori la serenità?

«Il nostro divieto sui social media serve a garantire ai bambini un’infanzia felice», ha affermato il premier australiano Anthony Albanese in alcuni video pubblicati su X e Instagram. «Non sarà perfetto, ma è troppo importante per non provarci».
A partire da oggi, l’Australia vieta i social media agli under 16, per preservarne la salute mentale. È il primo Paese al mondo a farlo, un esempio che anche Danimarca e Malesia si dichiarano adesso intenzionate a seguire.
La misura impone alle aziende tecnologiche dietro le piattaforme (Facebook, Instagram, Kick, Reddit, Snapchat, Threads, TikTok, Twitch, X e YouTube) di identificare e disattivare gli account degli utenti australiani di età inferiore ai 16 anni. Secondo la nuova legge, la mancata adozione di «misure ragionevoli» per rimuovere gli utenti minorenni potrebbe comportare multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani, quasi 30 milioni di euro.
La commissaria australiana per la sicurezza informatica, Julie Inman Grant, ha spiegato che l’intenzione sarà quella di monitorare gli effetti a lungo termine della legge sugli adolescenti, studiando aspetti come il sonno, le interazioni interpersonali, i punteggi dei test e l’uso di antidepressivi. Funzionerà? No per il 72% degli oltre 17mila ragazzi sotto i 16 anni intervistati dalla tv australiana ABC: tre quarti dei partecipanti al sondaggio ha sostenuto che continuerà a usare i social. Anche le organizzazioni per i diritti umani, tra cui la commissione per i diritti umani dell’Australia, hanno espresso preoccupazione per il fatto che un «divieto assoluto» potrebbe non essere efficace.

Alla nuova legge australiana – approvata un anno fa, proprio per concedere alle piattaforme social il tempo di apportare le modifiche necessarie – si è arrivati attraverso un cammino iniziato da diverso tempo. A guardarla con un’ottica sociale non si tratterebbe semplicemente di una legislazione frettolosa – che «non considera adeguatamente le prove, ciò che l’industria già fa per garantire esperienze adeguate all’età e le voci dei giovani», come ha evidenziato Meta (proprietaria di Facebook e Instagram) – piuttosto di una misura estrema, frutto di una discussione che da tempo sta mettendo in evidenza, a livello globale, i rischi e le conseguenze per la salute mentale di bambini e adolescenti esposti a un uso incontrollato e spesso troppo prematuro dei social network.

Attualmente, per iscriversi a social media come TikTok, Facebook e Snapchat è necessario avere almeno 13 anni, se non sono presenti normative specifiche. Le misure di controllo, tuttavia, non appaiono sufficienti e i dati ufficiali in diversi Paesi mostrano che un numero enorme di bambini sotto i 13 anni possiedono un account.
«Sappiamo tutti che la tecnologia si muove velocemente e che alcune persone cercheranno di trovare il modo di aggirare queste nuove leggi, (strumenti come una Vpn possono mascherare la posizione di un utente, ndr), ma questo non è un motivo per ignorare la responsabilità che abbiamo», ha dichiarato il primo ministro australiano Anthony Albanese, preoccupato non soltanto per la sicurezza ma anche per le conseguenze di un sempre più evidente abbandono da parte dei più giovani del contatto con la natura e delle tradizionali modalità di gioco e di interazione fra pari, a favore della virtualità.
Un libro recentemente pubblicato negli Stati Uniti, The anxious generation, ha indagato in maniera molto dettagliata l’impatto che l’uso dei cellulari e dei social media hanno sulle nuove generazioni, e come dimostrano anche i più recenti studi nel campo delle neuroscienze, alcune aree del cervello, fondamentali per l’apprendimento cognitivo, non si sviluppano pienamente se un bambino smette di vivere attività ed esperienze nel mondo reale, trasferendole nel digitale. Anche il sonno ne risente, senza considerare gli stati d’ansia e la tendenza all’isolamento.

Una questione globale

Quella australiana non è la prima legge al mondo che vieta i social media ai bambini, ma è quella che prevede il limite di età più alto.
In Spagna è stato presentato un analogo disegno di legge che innalza l’età del consenso per la protezione dei dati da 14 a 16 anni e anche la Norvegia si è recentemente impegnata ad approvare una legge simile a quella australiana che vieta l’accesso ai social al di sotto dei 15: una ricerca governativa ha evidenziato che più della metà dei bambini di nove anni, il 58% dei bambini di 10 anni e il 72% degli undicenni sono ugualmente presenti sui social media.

Il Regno Unito, sensibile al tema della sicurezza, ha lanciato uno studio per esplorare l’impatto dell’uso di smartphone e social media specificamente sui bambini, mentre la Francia, dal 2023, ha una legge che impone alle piattaforme social il consenso dei genitori per l’iscrizione dei minori di 15 anni, normativa, tuttavia, non ancora applicata a causa di alcune difficoltà tecniche. Nel frattempo, il governo francese ha deciso di sperimentare il divieto dei telefoni cellulari in alcune scuole fino a 15 anni, con l’obiettivo di dare ai giovani una «pausa digitale» che, se giudicata efficace, potrebbe essere estesa a livello nazionale da gennaio.

E in Italia?

Nel nostro Paese, dove attualmente per aprire un account sui social media è richiesto il consenso dei genitori dai 13 anni in giù, non mancano voci a sostegno di regole molto più stringenti.


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