Silvio Viale assolto a Torino dalle accuse di violenza sessuale, “Non ho mai perso la dignità”

È stato assolto Silvio Viale, il ginecologo e consigliere comunale dei Radicali +Europa di Torino, nel processo di primo grado che lo vedeva imputato di violenza sessuale. Per il giudice il fatto “non costituisce reato”. La procura di Torino aveva chiesto di condannarlo a un anno e 4 mesi. Viale arriva al Palagiustizia in camicia azzurra e cravatta rossa maculata. Entra in aula poco prima della sentenza, restando in silenzio. Dopo la lettura del dispositivo dice: “Sono contento anche se amareggiato, delle proprie suggestioni ognuno pensa quello che vuole, io ero convinto di non aver fatto nulla. Questa era un’imputazione nei confronti della categoria e della visita ginecologica. La condanna sarebbe stata un grave precedente”. Poi si commuove quando parla della moglie e della figlia che lo hanno sostenuto in questa battaglia. “Mi sono state vicino senza batter ciglio – aggiunge – in passato mi sarei atteso altre sentenze per altre questioni, ma in questo caso non c’entravo proprio nulla”.
Le segnalazioni erano partite in piazza nel 2023, durante una manifestazione #MeToo: una ragazza aveva parlato al megafono delle molestie subite senza mai fare il nome del ginecologo e altre si erano riconosciute in quelle parole e nel disagio provato. Inizialmente erano 10 le presunte vittime, successivamente sono state depositate sei richieste di archiviazione perché le posizioni sarebbero state “poco supportate”: condotte censurabili dal punto di vista deontologico ma non penalmente rilevanti. L’imputazione è pressoché identica nelle modalità e nei racconti delle donne: palpeggiamenti “repentini tali da vincere la resistenza della vittima” e abuso d’autorità “derivante dal ruolo ricoperto”; in un caso, secondo la procura, “fissava una paziente mentre si spogliava”.
Le pm Lea Lamonaca e Delia Boschetto durante la scorsa udienza avevano già chiesto l’assoluzione per uno dei quattro episodi che restavano, quello del 2018. È l’unico contestato all’ospedale Sant’Anna di cui Viale è un dipendente. Si tratta inoltre dell’unico episodio per cui il medico aveva chiesto di essere sottoposto a interrogatorio in udienza preliminare. Una difesa più “aziendale” che processuale. Probabilmente — è la lettura — per venire incontro alle richieste di trasparenza chieste (forse in privato) dall’azienda.
Per gli altri tre episodi, accaduti nel suo studio privato di via Berthollet nel 2023, la procura aveva chiesto di condannare il medico per violenza sessuale di minore gravità. Il difensore di Viale, Cosimo Palumbo, aveva invece chiesto l’assoluzione per tutti e quattro i capi di imputazione “perché il fatto non sussiste”.
“Ho avuto spesso un linguaggio ironico e metaforico. Certo le mie parole potrebbero essere percepite male ma un medico ha il dovere di essere chiaro e obiettivo”, è un passaggio della memoria di Viale depositata agli atti. Le donne che accusano il ginecologo hanno tra i 20 e i 40 anni. Le assistono le avvocate Benedetta Perego e Ilaria Sala e il legale Giuseppe Debernardi. Il primo dicembre le parti civili hanno discusso le opposizioni alle sei richieste di archiviazione: il giudice deciderà nei prossimi giorni.
Da decenni attivo in città, consigliere istrionico e fumantino ha scelto di seguire la strada del riserbo per tutta la durata del processo. Una strategia difensiva in contrasto con una figura che da anni dibatte di tutto e su tutto, in consiglio comunale e nelle piazze per portare avanti le sue battaglie: in prima fila nei cortei per l’uso della pillola abortiva, indossando bermuda contro l’uso della cravatta e per la parità di genere in Sala Rossa (attirando su di sé l’ira dell’ordine dei Medici), travestito da clown durante una seduta su Askatasuna, o ancora presentandosi con un grosso crocifisso in aula e facendo sospendere la seduta. I suoi social traboccano di post provocatori, da quelli contro i pro Pal dopo l’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa (“colpirne uno per educarne cento”), alla “petizione laica” per rimuovere il crocifisso dalla sala del Consiglio comunale (“la laicità non è una bestemmia”).
Source link




