«Sicurezza sul lavoro, responsabilità di tutti»
La Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro di oggi rimette il tema al centro del dibattito pubblico. Oltre alle norme e alle statistiche, emerge con sempre maggiore evidenza la necessità di un cambio di paradigma: dalla sicurezza come obbligo alla sicurezza come scelta consapevole. Antonino Inguaggiato, presidente nazionale e segretario regionale siciliano di Unilavoro Pmi, dice che occorre un cambio di cultura, per una responsabilità condivisa tra datore di lavoro e dipendente. Ecco il suo parere.

La sicurezza non è un obbligo, è una scelta. Cosa significa concretamente?
«Significa superare una visione passiva della sicurezza. Per anni è stata percepita come un insieme di regole imposte dall’alto, da rispettare per evitare sanzioni. Ma questo approccio mostra oggi i suoi limiti. La sicurezza diventa realmente efficace quando il lavoratore sceglie consapevolmente di adottare comportamenti corretti. Non perché “deve”, ma perché comprende il rischio e decide di evitarlo. È un passaggio culturale fondamentale: trasformare l’adempimento in responsabilità. Se un dispositivo di protezione viene utilizzato solo per timore di un controllo, non si è sviluppata una vera cultura della sicurezza. Quando invece viene utilizzato per convinzione, è una scelta che fa la differenza».
Dalla norma alla coscienza: è questa la vera sfida?
«Le norme restano indispensabili, ma da sole non bastano. Il decreto legislativo 81/2008 ha costruito un sistema articolato e completo, ma i dati sugli infortuni mortali mostrano una sostanziale stabilità nel tempo. Questo evidenzia un limite: conoscere le regole non significa automaticamente rispettarle. La vera sfida è passare dalla conoscenza alla coscienza del rischio. Non basta sapere cosa è corretto fare, è necessario volerlo fare. E questo si costruisce nel tempo, attraverso percorsi educativi capaci di incidere sui comportamenti».
Iniziando ad esempio dalle scuole?
«Sì, sarebbe fondamentale. La cultura della sicurezza deve nascere prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, diventando parte del bagaglio civico delle persone».
Qual è il limite delle sanzioni?
«Hanno un ruolo importante, ma non possono rappresentare l’unica leva. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo inasprimento delle pene, senza che questo abbia prodotto una riduzione significativa degli eventi più gravi. È necessario partire da un principio chiaro: le aziende che non garantiscono condizioni di sicurezza adeguate devono essere sanzionate e i datori di lavoro che non rispettano gli obblighi vanno perseguiti senza esitazioni. Quando mancano formazione, informazione, addestramento, dispositivi di protezione o attrezzature idonee, la responsabilità è evidente».
E quando le aziende hanno fatto tutto quello che dovevano?
«Queste sono situazioni più complesse. Se un’azienda dimostra di aver adottato tutte le misure previste – formazione adeguata, dispositivi di protezione, attrezzature conformi e organizzazione del lavoro sicura – e nonostante ciò si verifica un infortunio legato a comportamenti non conformi, emerge la necessità di una riflessione più ampia».
Le regole ci sono, cioè: ma non vengono rispettate.
«È proprio qui che si inserisce il tema della responsabilità individuale, già previsto dall’impianto del decreto legislativo 81/2008, ma spesso meno valorizzato nel dibattito pubblico. L’obiettivo non è ridurre le tutele, ma renderle più efficaci, rafforzando il coinvolgimento attivo di tutti i soggetti».
Meno controlli?
«Non meno controlli, ma un equilibrio diverso. I controlli restano necessari, così come le norme. Ma da soli non bastano. Occorre investire maggiormente nella formazione di qualità e, soprattutto, nell’educazione. Serve un cambio di prospettiva: accanto agli ispettori, servono più educatori».
Cos’è il progetto Super Edù?
«Promosso da Unilavoro Pmi, nasce proprio con questo obiettivo: portare la cultura della sicurezza nelle scuole elementari di tutta Italia. Attraverso un linguaggio semplice e immediato, i bambini comprendono che la sicurezza non è un’imposizione, ma una responsabilità personale. Il simbolo del “mantello” rappresenta proprio questo: una scelta consapevole che ciascuno è chiamato a compiere. L’idea è formare futuri lavoratori più attenti, ma prima ancora cittadini più responsabili».
Qual è il messaggio alle istituzioni?
«È necessario affiancare al sistema normativo un investimento strutturale nella cultura della sicurezza. Non si può pensare di affrontare un problema così complesso esclusivamente con nuove regole o nuove sanzioni. Serve un progetto educativo diffuso, che parta dalle scuole e accompagni le persone nel tempo. Solo così sarà possibile trasformare il lavoratore da soggetto “sorvegliato” a protagonista attivo».
Che ruolo hanno oggi le ispezioni nel sistema della sicurezza?
«Sono uno strumento indispensabile per garantire il rispetto delle norme e tutelare i lavoratori. Il loro ruolo resta centrale e non è in discussione. Tuttavia, nella percezione di molte imprese, il sistema di vigilanza appare talvolta orientato in prevalenza alla dimensione sanzionatoria, dove l’intervento si traduce soprattutto nell’accertamento della violazione e nell’applicazione della sanzione. È evidente che la sanzione sia necessaria in presenza di irregolarità. Ma se l’azione ispettiva si esaurisce prevalentemente in questo momento, si rischia di intervenire quando il problema si è già manifestato, perdendo una parte importante dell’efficacia preventiva».
È possibile, secondo lei, un equilibrio più avanzato tra controllo e prevenzione?
«Un sistema efficace non è solo quello che sanziona, ma quello che riesce ad accompagnare le imprese a non sbagliare. In questa prospettiva rafforzare strumenti di supporto, indirizzo e prevenzione – accanto all’attività ispettiva – può contribuire a costruire una cultura della sicurezza più solida e diffusa. Perché l’obiettivo finale non è aumentare il numero delle sanzioni, ma ridurre il numero degli infortuni».
In una sola frase: cos’è oggi la sicurezza sul lavoro?
«La sicurezza non è solo una regola da rispettare: è una responsabilità da assumere».
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