Si era pentito da meno di un mese il boss trovato impiccato in cella
Si era pentito. Il 19 febbraio aveva iniziato a collaborare con la giustizia. È proprio questo l’elemento che vela di mistero la morte in carcere a Torino di Bernardo Pace, 62 anni, affiliato a Cosa Nostra con legami diretti con la cerchia del superboss Matteo Messina Denaro.
A gennaio era stato condannato a 14 anni e 4 mesi a Milano per il processo Hydra sull’alleanza tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra, la “mafia a tre teste”. Fonti investigative riferiscono che era già stato ascoltato dai magistrati della Dda di Milano in almeno due occasioni. I primi verbali, le prime dichiarazioni in grado di ridefinire equilibri, responsabilità e ricostruire i flussi economici e le connessioni tra le diverse organizzazioni mafiose coinvolte.


Negli ultimi tempi, Pace diceva di aver paura per la sua incolumità. Il 21 febbraio viene trasferito dall’alta sicurezza di Opera a Torino. Il 24 febbraio rende il secondo verbale. Fa dichiarazioni di cui lui stesso ha timore. È preoccupato. Parla del livello superiore di Hydra. Parla di Messina Denaro. Più persone – emerge da ambienti investigativi – avevano certo interesse che Pace potesse stare zitto. Il 26 febbraio i pm scrivono al carcere per raccomandarsi delle sue condizioni di salute. Pace aveva un cancro, gli restavano cinque anni di vita, ripeteva di voler stare con la moglie e i nipoti.
Non mangiava per paura di essere avvelenato. Poi, la morte: trovato senza vita lunedì nel bagno della sua cella con un cavo attorno al collo, così duro che non riuscivano a reciderlo. Dove lo ha preso? Nessuno sa rispondere. La procura di Torino ha aperto un fascicolo ed è stata disposta l’autopsia.
Una domanda circola con insistenza negli ambienti investigativi: perché un detenuto che ha appena deciso di collaborare – e che quindi ha davanti a sé una prospettiva, per quanto complessa, di alleggerimento della propria posizione – dovrebbe togliersi la vita nel momento in cui inizia a parlare? Aspettava di uscire per motivi di salute, a breve il tribunale doveva esprimersi sulla richiesta. Due ore prima di morire aveva sentito la moglie. La tempistica è uno degli elementi più sensibili.
Domani, infatti, in tribunale a Milano è previsto l’avvio della fase bis del processo Hydra: dopo le 24 condanne disposte in abbreviato, tocca ai boss che saranno giudicati con rito ordinario. Pace, secondo gli inquirenti, non era un semplice affiliato.
Il suo ruolo di intermediario finanziario lo collocava in una posizione privilegiata: conosceva i movimenti di denaro, i canali, le coperture. Informazioni che valgono più di molte altre, perché raccontano il potere reale delle organizzazioni. «Segui i soldi, troverai la mafia», era d’altronde il leitmotiv del sistema investigativo del giudice Giovanni Falcone ucciso da Cosa Nostra.
Chi segue le indagini dice che Pace era sereno, motivato, non c’erano state avvisaglie né problemi di depressione ravvisati. La domanda è se tutto ciò che doveva essere fatto per proteggerlo – e proteggere ciò che stava iniziando a raccontare – sia stato fatto. Perché quando muore un uomo che ha iniziato a parlare, il rischio è che insieme a lui scompaia anche una parte di verità.
Il sindacato Osapp, con il segretario Leo Beneduci, parla della necessità di evitare che eventuali responsabilità ricadano sugli agenti, definiti «l’ultimo anello della catena», chiedendo di accertare «eventuali carenze a livelli più alti dell’amministrazione penitenziaria».
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