Scuole, il vero nodo è la crisi demografica ed economica dell’Umbria

di Paolo Coletti*
Il commissariamento della rete scolastica umbra non è un fulmine a ciel sereno, ma l’esito prevedibile di una lunga rimozione politica. Il dimensionamento scolastico non nasce da una scelta ideologica né da un capriccio burocratico, ma da due fattori oggettivi e intrecciati: la diminuzione strutturale del numero degli studenti e i vincoli imposti dal Pnrr, che non sono raccomandazioni ma condizioni necessarie per l’accesso ai fondi europei. La riforma 1.3 della missione 4 del Pnrr impone infatti alle regioni una razionalizzazione della rete in presenza di un calo demografico evidente. L’Umbria, non avendo recepito il piano per il triennio 2026-2027, si è esposta al commissariamento: un dato di fatto, non una valutazione politica.
È necessario chiarire un punto che nel dibattito pubblico viene spesso distorto: non si sta parlando di chiudere scuole o plessi, ma di ridurre il numero delle autonomie scolastiche, attraverso l’accorpamento di direzioni didattiche e presidenze sottodimensionate. Si tratta dunque di una razionalizzazione amministrativa, non dello smantellamento del servizio nei territori. Tuttavia, non si può ignorare il prezzo pedagogico di tale scelta: un dirigente che coordina troppi plessi distanti tra loro fatica a garantire quella continuità didattica e quel coordinamento educativo che sono il cuore del successo formativo, soprattutto nelle aree più fragili.
La Regione ha tentato di opporsi con i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, sostenendo che i parametri nazionali penalizzino le aree interne. I ricorsi non sono stati accolti, confermando la legittimità delle norme. Anche il commissario ad acta ha confermato gli accorpamenti, modificando la geografia delle direzioni interessate. Oggi resta solo l’ultimo passaggio: il ricorso al presidente della Repubblica.
Resistere agli accorpamenti in nome della difesa dei presìdi territoriali è una posizione emotivamente comprensibile, soprattutto in una regione caratterizzata da comuni montani dove la scuola rappresenta spesso l’ultimo servizio pubblico. Ma proprio per questo è necessario guardare la realtà senza autoillusioni. Difendere gli attuali assetti amministrativi rischia di diventare una battaglia di retroguardia: si cerca di conservare strutture pensate per una popolazione che semplicemente non c’è più. Quando un territorio perde residenti, giovani e famiglie, la difesa delle direzioni scolastiche non può essere la strategia per salvare i territori: al massimo può ritardare un processo già in atto.
Ed è qui che emerge l’elefante nella stanza che la politica continua a non voler vedere. Il dimensionamento scolastico non è la causa del problema, ma il suo effetto. È la conseguenza di un combinato disposto: da un lato un inverno demografico sempre più profondo, dall’altro la fuga sistematica dei giovani, spesso i più qualificati, verso territori in cui i loro talenti vengono meglio retribuiti. Il vero nodo è che l’Umbria oggi non è sufficientemente attrattiva dal punto di vista economico.
Le retribuzioni medie regionali sono inferiori di circa il 13 per cento rispetto alla media italiana e il tessuto produttivo fatica a generare lavoro ad alta qualificazione. In queste condizioni la fuga dei giovani non è un’anomalia, ma una scelta razionale. Finché l’Umbria non tornerà a offrire prospettive economiche e salariali competitive, ogni discussione sul dimensionamento scolastico rischia di concentrarsi sugli effetti ignorando la causa. Il problema demografico è nazionale, ma l’Umbria è oggi l’unica regione del Centro Italia con indicatori ormai paragonabili a quelli del Mezzogiorno.
Il quadro economico rafforza questa lettura. Secondo la Banca d’Italia, nel 2024 il Pil umbro è cresciuto dello 0,7 per cento, un dato insufficiente a invertire una stagnazione di lungo periodo e trainato quasi esclusivamente dagli investimenti pubblici del Pnrr. Per il secondo anno consecutivo le cessazioni d’impresa hanno superato le nuove iscrizioni. Il circuito che si crea è noto ed è implacabile: meno lavoro qualificato significa meno giovani, meno famiglie e, inevitabilmente, meno nascite. E quando diminuiscono gli studenti, diminuiscono classi, cattedre e servizi. I dati provvisori Istat del 2025 indicano un calo della natalità di quasi il 10 per cento nei primi sette mesi dell’anno. Non sorprende, quindi, che l’Ufficio scolastico regionale abbia annunciato per l’anno 2025-2026 una riduzione di 87 cattedre.
Questa situazione sposta il ragionamento sulla struttura amministrativa della regione: l’Umbria continua a sostenere apparati pensati per una fase storica diversa. Con meno residenti e meno imprese, diventa inevitabile interrogarsi sull’efficienza della macchina pubblica. Se una quota troppo ampia della spesa pubblica viene assorbita dal mantenimento degli apparati, resta meno spazio per politiche di sviluppo, innovazione e sostegno al reddito. La Regione dispone oggi di margini finanziari significativi: l’ultima manovra fiscale garantirà nel triennio circa 184 milioni di euro. La vera domanda è politica: continuare a gestire il declino o utilizzare questa leva per investire in ricerca, tecnologia e lavoro qualificato?
Le scuole non si salvano salvando le direzioni, si salvano creando le condizioni perché nascano gli studenti. Se una regione perde giovani e famiglie, il problema non può essere risolto difendendo gli assetti del passato. È necessario ripensare la struttura economica e rendere il territorio attrattivo per imprese e talenti. Continuare a combattere battaglie simboliche sul dimensionamento rischia di nascondere il vero problema: una regione che fatica a creare opportunità. E senza opportunità non ci saranno studenti, non ci saranno scuole e non ci saranno territori da difendere.
*Paolo Coletti è un manager, docente e analista con un’esperienza poliennale nella direzione di progetti complessi e nell’innovazione di processo per grandi imprese. Esperto di geopolitica e intelligenza artificiale, è autore di saggi sulla leadership etica. Coniuga la visione strategica aziendale con lo studio dei nuovi scenari della geoeconomia moderna.
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