Liguria

Scoperta maxi frode da 15 milioni sui carburanti in Liguria, indagato un commercialista di Rapallo


Genova. Importavano e commercializzavano additivi per carburanti attraverso società formalmente estere ma di fatto dirette dall’Italia, sottraendo al fisco Iva, accise e imposte dirette per oltre 15 milioni di euro. È quanto hanno accertato i funzionari dell’ufficio antifrode della direzione territoriale ligure dell’Agenzia delle dogane, con il supporto della direzione dell’Emilia Romagna e Marche, all’esito di una lunga attività di indagine coordinata dalla Procura di Genova, durata oltre un anno.

Il gip di Genova ha risposto la misura cautelare dell’obbligo di firma nei confronti dei tre principali indagati, fra i quali un noto commercialista di Rapallo, titolare della rappresentanza fiscale in Italia di due società. Sequestrati oltre 15 milioni di euro a tre società. 

In particolare, i doganieri liguri hanno scoperto l’esistenza di una articolata associazione a delinquere, strutturata in Italia e con sede decisionale nell’area del Tigullio, che operava mediante tre realtà societarie – una sola delle quali avente sede in Italia e le altre due con sedi “formali” nel Regno Unito e nella Confederazione Elvetica – dedita principalmente all’evasione dell’accisa e dell’Iva e, in misura minore, al contrabbando doganale intraispettivo mediante indebito ricorso all’istituto del plafond Iva.

È emerso che le due società estere del gruppo, costituite rispettivamente nel Regno Unito e in Svizzera (quest’ultima, risultante con una doppia rappresentanza fiscale in Italia), sono esistenti solo “sulla carta” in quanto del tutto prive di qualsivoglia struttura operativa nei Paesi di insediamento e stabilmente amministrate dal territorio nazionale, da dove venivano assunte tutte le decisioni gestionali, anche quelle di dettaglio, tenuti i rapporti bancari e conservata la contabilità.

Attraverso tale schermo societario, le merci, acquistate in via preponderante presso altri Stati membri dell’Unione Europea e principalmente destinate ad essere impiegate come carburanti, venivano introdotte in Italia sotto scorta di documentazione commerciale e di trasporto abilmente contraffatta, al fine di occultare la reale natura del prodotto e di far apparire quale luogo di consegna una inesistente sede a Rapallo. In realtà il carburante veniva inviato direttamente ai destinatari finali, che le ricevevano in evasione d’accisa.

Oltre a evadere l’imposizione in materia di accisa, le società coinvolte nell’attività fraudolenta evadevano sistematicamente l’Iva connessa a tali transazioni oltre, ovviamente, alle imposte dirette gravanti sui redditi prodotti.

Come funzionava la maxi frode

Le indagini hanno documentato, nel periodo 2021-2025, acquisti di prodotti chimici per un controvalore di 15,1 milioni di euro, corrispondenti a circa 9.300 tonnellate di prodotto. Oltre la metà di tale quantitativo è costituita da un unico composto, il 2-etilesilnitrato (2-EHN).

Il meccanismo fraudolento si articolava in due distinte fasi documentali. Nella “fase internazionale” il prodotto veniva acquistato presso produttori comunitari od importato e trasportato in Italia sotto scorta di Cmr, o dichiarazione doganale, nei quali figurava con la sola denominazione chimica – e quindi quale sostanza di libera circolazione, non soggetta ad accisa – con luogo di consegna indicato la sede del gruppo a Rapallo, presso lo studio di un noto commercialista del luogo: meri recapiti amministrativi, inidonei per ubicazione e caratteristiche oggettive alla ricezione di autocisterne di prodotti pericolosi, presso i quali la merce non è in realtà mai transitata.

Nella “fase nazionale” gli automezzi proseguivano direttamente verso le destinazioni finali (principalmente, depositi), scortati da un documento di trasporto interno predisposto in anticipo dai committenti, nel quale figurava quale mittente la società “italiana” e descrivente il prodotto con la denominazione commerciale di “cetano improver”, ossia additivo impiegato per elevare il numero di cetano del gasolio e quindi, poiché destinato ad essere utilizzato come carburante, soggetto ad accisa.

La sostituzione documentale assolveva pertanto a una duplice funzione: riqualificare commercialmente il prodotto come additivo per carburanti e, al contempo, sganciarlo dal suo reale percorso internazionale, così da presentarlo al destinatario finale come proveniente da un operatore nazionale già in regola con gli obblighi fiscali; imposta che, come detto, è stata sistematicamente evasa per un importo ad oggi stimato in circa 6,7 milioni di euro.

Ulteriori filoni di indagine hanno riguardato l’evasione dell’Iva, quantificata in circa 8,1 milioni, nonché quella delle imposte dirette e dell’Irap gravanti sui redditi sia della società avente sede in Italia sia delle due società “esterovestite”.

Nel corso delle indagini è inoltre emerso che la società italiana del gruppo commetteva plurimi episodi di contrabbando, attestando falsamente la propria qualità di esportatore abituale e presentando, in allegato alle dichiarazioni doganali di importazione, dichiarazioni di intento ideologicamente false al fine di fruire di un plafond mai costituito ed evadere conseguentemente l’Iva dovuta all’atto dell’importazione, per un importo complessivo di circa 217mila euro.

Cinque sono le ipotesi di reato contestate agli indagati: associazione a delinquere, contrabbando aggravato continuato, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico, dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, nonché sottrazione all’accertamento ed al pagamento dell’accisa sui prodotti energetici; reati tutti aggravati dalla transnazionalità.

Durante le indagini sono state intercettate 8 utenze telefoniche, analizzate oltre 300mila operazioni bancarie, perquisite sei abitazioni e quattro uffici, sequestrati 16 cellulari per l’estrazione dei dati, oltre a numerose attività di appostamento e pedinamento in diverse regioni del Nord Italia e il coinvolgimento di altri otto Paesi europei.




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