Puglia

“Scena da far west”, omicidio Antonella Lopez: nuovi dettagli

“Una scena di duellanti da far west”. Così la gup di Bari, Susanna De Felice, definisce la dinamica della sparatoria avvenuta la notte tra 21 e 22 settembre 2024 nella discoteca Bahia di Molfetta in cui fu uccisa per errore la 19enne Antonella Lopez. Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 5 febbraio, la gup ha condannato a 18 anni di reclusione il killer reo confesso, il 22enne Michele Lavopa, e a 4 anni e sei mesi di reclusione Eugenio Palermiti, nipote dell’omonimo boss del quartiere Japigia di Bari e vero bersaglio dell’agguato. La vittima era in compagnia del gruppo di Palermiti che rimase ferito, insieme ad altri suoi amici, da alcuni dei sette colpi sparati da Lavopa.

A Palermiti è contestata la detenzione di due pistole, una delle quali portata quella sera al Bahia. Per lui e Lavopa è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, per Palermiti anche quella dell’agevolazione del clan di cui porta il nome. Nel processo erano imputati due amici di Lavopa accusati di favoreggiamento: il 23enne Giuseppe Fresa che avrebbe aiutato Lavopa a disfarsi dell’arma (condannato a 2 anni e 8 mesi); e il 22enne Mario Ruta accusato, come Fresa, di aver nascosto l’arma del delitto (patteggiamento a 2 anni).

Per la giudice, il delitto si inserisce nell’ambito della “abitudine, da parte di soggetti appartenenti o, comunque, vicini a clan mafiosi di attuare proprio in locali pubblici affollati e frequentati – come, appunto, le discoteche – le proprie azioni di contrasto e sopraffazione, a volto scoperto e nonostante la presenza di telecamere”. L’ultimo di questi episodi, citato nella sentenza, è l’omicidio del pregiudicato Filippo Scavo, ucciso il 19 aprile scorso nella discoteca ‘Divine Club’ di Bisceglie.

“Lavopa – si legge – ha esploso i numerosi colpi nei confronti del gruppo percepito come rivale (di cui egli ha riconosciuto alcuni componenti), proprio dopo lo scambio di sguardi e di parole e di reciproche provocazioni con gli elementi del gruppo Palermiti, ponendo il braccio ad altezza d’uomo”. Un gesto commesso “a volto scoperto, con modalità platealmente violente e cruente, con assoluta noncuranza del rischio di essere notato dai numerosissimi testimoni presenti e di essere identificato”. Ma il gesto di Lavopa provocò, come reazione istintiva, il movimento dei ragazzi del gruppo di Palermiti, movimento “che ha purtroppo esposto la povera Antonella Lopez al colpo mortale”.

La giudice si sofferma molto anche sulla figura di Eugenio Palermiti che “nel contesto in cui è maturato l’omicidio (…) ha agito accreditandosi come un vero mafioso, implicitamente richiamando il prestigio criminale dell’associazione mafiosa a lui riconducibile”. E questo, sia per essersi presentato armato nel locale, sia per essere entrato insieme al suo gruppo in discoteca “di prepotenza, senza pagare il biglietto”.

Atteggiamenti da “boss in erba” che avrebbero causato un “effetto intimidatorio” nei confronti degli addetti alla sicurezza, prosegue: “La consapevolezza da parte degli addetti alla sicurezza di trovarsi al cospetto di delinquenti era chiaramente dovuta alla fama criminale del Palermiti (e della sua famiglia), non spiegandosi altrimenti il loro timore di fronte ad un gruppetto di giovanissimi, tra cui due ragazze e un solo uomo adulto”.

“Di ben tredici addetti alla sicurezza – scrive ancora la giudice – presenti per tutto il corso della serata, nessuno ha (riferito di aver) assistito alla scena della sparatoria e nessuno si è adoperato per individuare i responsabili ed impedirne l’uscita. Anzi, i ‘buttafuori’ sono stati i primi a dileguarsi, non senza aver accompagnato i feriti, tutti del gruppo Palermiti, fuori dal locale”.

Ma la giudice nota anche come il clima di omertà creato dalla vicenda e dai protagonisti abbia colpito anche le centinaia di persone presenti in discoteca, nessuna delle quali si è poi presentata dalle forze dell’ordine per denunciare l’accaduto: “È semplicemente assurdo anche solo ipotizzare che in un locale così affollato non ci sia stata una sola persona che abbia assistito alla scena o che, quanto meno, attratta dagli spari, abbia poi notato le persone coinvolte e la presenza delle armi, tanto più che esattamente nel luogo in cui è avvenuto lo scontro c’era notevole calca di ragazzi (…) Il tutto a dimostrazione dell’omertà indotta dalla percepibile provenienza dei soggetti coinvolti nella sparatoria da contesti mafiosi locali”.




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