“Sbagliato delegare tutto ai professori”: l’accusa di Saviano su educazione emotiva, sessuale e digitale

Roberto Saviano, durante l’intervista per i Protagonisti di Orizzonte Scuola, analizza il delicato ruolo delle istituzioni nella crescita degli adolescenti.
Lo scrittore evidenzia come l’attuale sistema formativo si regga principalmente sugli sforzi individuali del corpo docente, lasciato solo ad affrontare temi complessi che dovrebbero essere strutturati direttamente a livello statale.
L’educazione all’empatia e il ruolo storico dei docenti
Interrogato sulla capacità della scuola di insegnare la comprensione dell’altro, lo scrittore riconosce lo sforzo quotidiano degli insegnanti. Spiega infatti come l’istituzione scolastica tenti di formare i ragazzi sotto questo aspetto, ma che il reale successo dipenda interamente dalla sensibilità delle singole persone che siedono in cattedra: “Ci prova, dipende poi molto dai professori, la scuola è fatta da davvero molti, molti individualità. Io ho incontrato moltissime professoresse, moltissimi professori davvero incentrati sul costruire l’empatia.”.
Questo sforzo in classe si ricollega a una missione profonda e radicata nella storia. Gli educatori, infatti, hanno da sempre la responsabilità di far percepire il mondo esterno agli studenti, aiutandoli a riconoscere e tradurre il dolore altrui. In merito a questo compito, l’autore aggiunge: “La forza dei professori che in qualsiasi caso, sia di una figura che avendo patito riconosce il patimento, sia in quello che ancora non è arrivato a una profondità di sé e dell’altro, educare al sentire ciò che fuori di noi è sempre stato compito dall’educazione”.
La scuola contro la competizione sociale
La costruzione di questa consapevolezza relazionale si scontra però con i rigidi modelli proposti dal mondo esterno. La didattica prova a trasmettere valori di equità e rispetto, ma gli studenti devono misurarsi con una realtà dominata dall’aggressività e dall’individualismo spietato. Analizzando questo netto contrasto, Saviano racconta: “Secondo me la scuola non solo può ma lo fa, il problema non è tanto la scuola che messo in piedi e fuori la classe, la società in cui vive la ragazza e il ragazzo è una società di assoluta competizione, di guerra di tutti con tutti, dove l’empatia rischia di essere una specie di senso di colpa che ti frena e ti fa trattare bene l’altro, sbagliando”.
Le mancanze dello Stato e l’offerta formativa
Se i singoli professori rappresentano il baluardo per l’educazione emotiva, lo stesso non si può dire, a detta di Saviano, dell’apparato statale. Lo scrittore. difatti, lamenta l’assenza di percorsi ufficiali dedicati alla sfera personale e intima degli studenti, un vuoto che lascia i giovani privi di strumenti istituzionali adeguati. Criticando queste forti lacune, precisa: “No, delega tutto questo soltanto ai professori, cioè non inserisce un percorso di educazione emotiva nell’offerta scolastica pubblica che propone l’istituzione dello Stato”.
I ragazzi si trovano oggi ad affrontare dinamiche inedite, specialmente quelle legate all’esposizione continua e alle insidie di internet. Su questo punto cruciale, lo scrittore sottolinea: “Questo percorso dovrebbe avere assolutamente un’educazione, una formazione emotiva e anche un’educazione sessuale, un’educazione a social, lo stare sul web, sarebbe fondamentale”.
Il peso sui programmi e la rassegnazione dei giovani
Senza direttive ministeriali specifiche, l’onere di guidare le nuove generazioni ricade su chi vive quotidianamente le aule; l’insegnante è spesso costretto a sacrificare parte della propria materia per affrontare emergenze educative fondamentali. Saviano osserva amaramente: “E si fa, ancora una volta, grazie ai professori che rosicchiano tempo ai programmi per fare queste cose”.
Questa profonda mancanza istituzionale dovrebbe scatenare reazioni forti da parte del mondo studentesco, ma il clima attuale è segnato da un’evidente assenza di mobilitazione. I giovani sembrano aver interiorizzato l’impossibilità di modificare il sistema attraverso una lotta condivisa, preferendo concentrarsi sul proprio percorso individuale e materiale. Davanti a questo fenomeno di rassegnazione collettiva, l’autore conclude: “Avrei immaginato un tempo occupazioni, manifestazioni, vedendo che cosa stanno proponendo adesso alle scuole, ma non so come dire, oggi si è anestetizzati anche su questo, perché si è persa davvero la speranza che unendosi si possa cambiare”,
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