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Sandwell District – Sandwell District: Il vangelo grigio :: Le pietre miliari di OndaRock

Esistono dischi che una scena la fondano e altri che la sigillano. I Sandwell District, tra il 2010 e l’anno successivo, hanno compiuto entrambi i gesti. Non con la minimal techno, che nei Novanta era già scena viva e che loro stessi praticavano, ma con la rinascita che ne avrebbe segnato gli anni a venire. Nell’aprile del 2011 il collettivo licenzia un compact che ne porta l’omonimo nome: sono dieci tracce che album non sono, almeno nell’accezione consueta. Si tratta piuttosto di edit, riletture e nastri dal vivo pescati attorno a “Feed-Forward“, il full-length apparso il dicembre precedente in poche centinaia di copie e già introvabile. Nessun brano dell’Lp compare qui nella forma originale, come tiene a precisare Karl O’Connor. Eppure è proprio questa raccolta, dalla veste dimessa e dalla logica quasi archivistica, a mettere a fuoco il codice che una generazione intera di producer avrebbe poi passato il decennio a ricalcare. Quella cassa dritta, grigia e ferrosa, che sa di cemento e di rito, prende a diffondersi da qui.

Per intuirne la portata conviene partire dalle persone. La label Sandwell District nasce nel 2002, costola della Downwards di O’Connor, ossia Regis, e di Peter Sutton, in arte Female. Sono i due che nei primi Novanta avevano forgiato il Birmingham sound, quella sottocorrente più cruda e ferrosa, figlia del post-punk e dell’industrial prima ancora che di Detroit. Attorno al 2005 il baricentro si sposta e si allarga. Entrano David Sumner, americano di stanza a New York con l’alias Function, e Juan Mendez, losangelino figlio della darkwave votato al moniker Silent Servant. Quattro veterani, ognuno con la propria grafia, che scelgono via via di dissolvere i loro nomi dentro un’entità sola. Pubblicano spesso in forma anonima, per ribellione al culto della celebrità che stava divorando la cultura del dj. Ed è nel triennio 2008-2011 che quel laboratorio trova la propria temperatura, quando il Berghain si impone come epicentro globale del clubbing. I tre diventano presenze fisse di quella cattedrale elettronica, e la musica si piega alla scala della sua architettura: più massiccia, più mesmerica, senza scivolare mai nel muscolare da warehouse. È l’istante in cui ciascuno compie un salto. L’opera di Regis era stata fino a lì faccenda di Birmingham, brutalista e abrasiva. Mendez non aveva mai spinto la propria scrittura così a fondo nel gelo. Sumner quella rotta l’aveva intravista in una manciata di Ep, senza chiuderla. È il momento in cui le tre scritture convergono, e il compact ne offre la fotografia più nitida: il punto dove tre traiettorie separate collassano in un idioma comune.

Vale la pena soffermarsi su come nascesse quel suono, perché smentisce ogni immagine di freddo rigore da studio. Nessuna cabina di regia, ma dei laptop affiancati e lasciati correre a mano, spesso divisi da migliaia di chilometri: Sumner a Berlino dal 2007, O’Connor tra Londra e la Germania, Mendez a Los Angeles, dove teneva il proprio lavoro di direttore creativo. La materia prima era organica prima che elettronica. Effetti per chitarra, registrazioni d’ambiente e frequenze radio, suoni concreti passati da uno all’altro in cartelle condivise e riusati da un brano al successivo, così che lo stesso sibilo granuloso riaffiori sotto tracce lontane tra loro. Le orchestrazioni sospese, quel velo di archi che intiepidisce il freddo, portano invece la firma di Mendez, all’epoca ossessionato da quei timbri. L’anonimato del white-label e le copertine, curate da quest’ultimo e ritenute preziose quanto la musica, erano parte integrante del codice.

Ad aprire è “Immolare” nella versione di Function, quasi dieci minuti che valgono da manifesto. L’esordio è relegato a feedback e mantra industriali che si muovono come fumi tossici. Poi entra il kick monastico della Roland 909, quattro quarti ossessivo avvolto in riverberi che paiono dilatare le pareti, mentre il pezzo cresce per ostinati e terzine. L’ambiente urbano è attraversato con apatica freddezza. Nel proseguire dell’opera si distende un campionario di stati d’animo. “Grey Cut Out” affila i contorni fino a lasciarvi filtrare una sinfonia di pad. “Blood Tide” nel remix di Regis pulsa con un fondale sommerso, quasi sottomarino, residuo di una civiltà di cui sopravvive poco più che qualche impulso vitale e che agisce come un automa. Poi un soffio vitale riaffiora: “Falling The Same Way” allunga il respiro e schiude uno spiraglio di ottimismo, seppur coperto di tinte tetre e dissonanze dallo svolgimento quasi lirico. Il formulario dei Sandwell District vive di climax negati, vaghe poliritmie e un andamento inerte, dove il grigiore del mondo non lascia più scampo. L’unico escapismo possibile è esaltarlo e sviscerarlo.

Il valore aggiunto risiede nelle prove dal vivo, perché lì affiora il corpus del progetto. “Hunting Lodge”, catturata a Berlino, è una locomotiva di calcestruzzo, tra i documenti più eloquenti di cosa fosse quel suono davanti a una folla: le frequenze più profonde reggono come unica struttura stabile, mentre sopra emergono scariche, lampeggi, trame sintetiche e una gravosità da spirito tormentato, cornice ideale per lasciar danzare presenze inquiete. “Svar”, presa a Graz, e “Speed And Sound” nella variante “Z/Arts Lab” estesa oltre i dieci minuti spartiscono la stessa materia: la reiterazione portata al limite della trance e la melodia ridotta a spettro. Salvo poi disporsi su due poli opposti.
Se “Svar” è l’opera wagneriana di un pianeta letargico e industrializzato, “Speed And Sound” si accende di una luminosità che lascia credere come, forse, non tutto sia perduto. Una dicotomia che trova quiete nell’edit “Untitled” di Regis, unico luogo di pace in un lavoro che pare descrivere la tristezza, l’angoscia e le brutture del contemporaneo. Il montaggio complessivo trasfigura un materiale eterogeneo in un flusso coerente, che scivola dal techno-dub più cupo verso lande quasi ambient senza perdere gravità. Chiude di nuovo “Immolare”, stavolta sommersa dalle angosce di Silent Servant, che ne offre la propria lettura, al limite dell’asfissiante.

Il gennaio 2012 sancisce la morte del progetto, all’apice esatto dell’influenza, minato dalla frattura ormai insanabile tra Sumner e O’Connor. Seguiranno il silenzio, la ristampa di “Feed-Forward” nel 2023, il ritorno inatteso di “End Beginnings” nel 2025, la scomparsa di Mendez l’anno prima. Ma la genealogia parte da questo perimetro di uscite, e da questo Cd nello specifico, che ne resta la porta d’accesso più praticabile. Le centinaia di cloni e artisti che hanno affollato la produzione del decennio, più o meno riusciti, discendono tutti dalla lingua definita qui. Non è primogenitura sonora: quella spetta al vinile del 2010. È qualcosa di più sottile e forse più prezioso: il gesto che quel timbro lo mette in circolo, lo rende leggibile e umano. Un’eredità che vive ancora in ogni battito dritto che da allora ha attraversato il buio di una sala.

06/09/2026


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