rotte globali e nuovi mercati dell’Est Europa
25 ottobre 2026 – ore 10:00 – Sembra essere nella natura di Trieste quella di rappresentare un nodo di transito, un punto d’incontro tra merci, persone e costumi differenti. Una caratteristica che la città ha trasformato, nel corso dei secoli, in uno dei suoi principali punti di forza. Culturalmente è una città di confine, plasmata dall’influsso di realtà diverse; economicamente è uno dei principali scali dell’Adriatico, che collega le rotte marittime internazionali con l’Europa centro-orientale e i Balcani. Non sorprende, quindi, che proprio qui si sia sviluppata una fervente economia della lavorazione e del commercio del caffè, una delle bevande più bevute al mondo.
L’industria italiana della torrefazione è alimentata principalmente da una materia prima che arriva dal Brasile, dall’Uganda, dal Vietnam e dall’India, che insieme rappresentano quasi l’80% del caffè verde non decaffeinato acquistato all’estero. Secondo i dati resi disponibili sulla piattaforma di WITS, nel 2025 l’Italia ha importato 637.755 tonnellate di caffè verde, per un valore commerciale di circa 4,12 miliardi di dollari. Il Brasile si conferma il principale fornitore con 205.472 tonnellate, equivalenti a 1,49 miliardi di dollari. Seguono l’Uganda, con 127.677 tonnellate e 682 milioni di dollari, e il Vietnam, con 120.960 tonnellate per un valore di 687 milioni. L’India completa il gruppo dei maggiori fornitori con 52.440 tonnellate, pari a circa 310 milioni di dollari. Numeri che riguardano l’intero mercato italiano, ma permettono di comprendere la dimensione economica della filiera internazionale nella quale è inserita Trieste.
La prima parte del viaggio, dalle piantagioni all’Adriatico
Il viaggio che il caffè verde compie per raggiungere Trieste è vario: prima di essere caricato sulle navi mercantili, il prodotto deve infatti raggiungere i grandi scali di esportazione attraverso una rete di collegamenti terrestri, spesso percorrendo centinaia di chilometri dalle aree agricole di origine. In Brasile, ad esempio, una parte importante della produzione proviene dagli Stati di Minas Gerais ed Espírito Santo, entrambi situati nella regione sudorientale del Paese. Minas Gerais si trova nell’entroterra, mentre Espírito Santo si affaccia sull’Oceano Atlantico, entrambi a nord rispetto a Rio de Janeiro. Da queste aree il caffè viene trasportato verso i porti di esportazione, tra cui Santos (San Paolo), uno dei principali punti di partenza delle spedizioni brasiliane. In Vietnam, invece, la produzione si concentra soprattutto negli altopiani centrali del Paese, una vasta regione montuosa nell’entroterra meridionale. Da qui i chicchi raggiungono i terminal marittimi attraverso collegamenti stradali e logistici, per essere successivamente imbarcati verso i mercati internazionali. Diversa ancora è la situazione dell’Uganda, uno dei principali fornitori dell’Italia, che non possiede uno sbocco diretto sul mare. In questo caso il caffè attraversa i confini nazionali su camion, raggiungendo il porto di Mombasa, in Kenya, affacciato sull’Oceano Indiano.
Rotte marittime e tensioni politiche
Una volta imbarcato, il prodotto entra nella complessa rete delle compagnie di navigazione, nella quale i container possono cambiare nave nei grandi porti di smistamento prima di raggiungere la destinazione prevista. Il Trieste Marine Terminal indica collegamenti diretti settimanali con l’Estremo Oriente, servizi con l’India e l’Africa orientale e connessioni con i principali hub del Mediterraneo. Al contempo, però, molte spedizioni sono state rallentate dalle recenti tensioni politiche che hanno interessato il Mar Rosso e il Canale di Suez; perciò molte rotte sono state dirottate fino al Capo di Buona Speranza. La circumnavigazione dell’Africa, come ha riportato anche Riccardo Marchesi di Pacorini in un confronto di TriestEspresso Expo 2026, può comportare circa trenta giorni aggiuntivi di navigazione e un conseguente aumento dei costi.
L’arrivo in porto e le imprese della filiera giuliana
Quando il caffè raggiunge il porto di Trieste, la merce viene ricevuta, immagazzinata, pulita e selezionata, prima di essere trasferita alle torrefazioni oppure indirizzata verso altri mercati europei. Secondo i dati diffusi dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, nel 2025 sono state movimentate oltre 127mila tonnellate di caffè, mentre nei primi nove mesi del 2026 i volumi hanno già raggiunto le 108mila tonnellate. Se l’andamento sarà confermato, l’anno potrebbe chiudersi sopra quota 140mila tonnellate, il risultato più alto dal 2019.
Attorno a questi traffici si è sviluppato un sistema di imprese specializzate nelle differenti fasi della filiera. Alcune si occupano dell’importazione e della commercializzazione del caffè verde, mantenendo rapporti diretti con coltivatori, cooperative ed esportatori nei Paesi d’origine. Altre operano nella logistica, nella conservazione e nella preparazione della materia prima. È il caso di realtà come Pacorini, nata a Trieste nel 1933 e diventata un operatore logistico internazionale, e Sandalj Trading Company, specializzata nel commercio e nella selezione del caffè verde.
Accanto agli operatori commerciali e logistici si trovano le aziende della torrefazione, protagoniste della trasformazione del prodotto e della sua distribuzione. La più conosciuta è certamente illycaffè, che nel 2025 ha registrato 700 milioni di euro di ricavi consolidati, con una presenza commerciale in 135 Paesi. Ma la tradizione triestina comprende anche altri marchi storici, come Hausbrandt, nato in città nel 1892 e oggi presente in oltre 90 Paesi, pur avendo trasferito il proprio stabilimento produttivo in provincia di Treviso. Tra le altre realtà del territorio figurano Bazzara, azienda triestina attiva nella torrefazione e nella cultura del caffè; Excelsior, storica impresa familiare le cui origini risalgono ai primi decenni del Novecento; e Primo Aroma, torrefazione con stabilimento a Sgonico che distribuisce i propri prodotti anche all’estero.
Il prodotto finito alla conquista dei mercati globali
Una volta completata la complessa fase della selezione e della torrefazione, il caffè riprende il suo viaggio dall’hub di Trieste. Questa volta, però, lo fa sotto forma di prodotto finito, ossia in pregiate miscele di grani, macinato o in capsule, per raggiungere i consumatori di tutto il mondo. Le principali destinazioni dell’export per le aziende giuliane, forti di marchi riconosciuti a livello globale, abbracciano mercati storici e consolidati: ai vertici troviamo i Paesi dell’Unione Europea, con Germania, Austria, Francia e Grecia in prima linea. Al di fuori dei confini continentali, il Nord America rappresenta uno sbocco fondamentale per il posizionamento premium dell’espresso italiano, affiancato da quote in costante crescita dirette verso il Medio Oriente e l’area asiatica. Tuttavia, è guardando a Est che emergono le dinamiche più interessanti per il futuro del settore.
Il caffè verso l’Europa centro-orientale
Trieste rappresenta una via d’accesso strategica verso i mercati dell’Europa centrale e orientale, sebbene il porto debba confrontarsi con la concorrenza degli altri scali dell’Alto Adriatico, in particolare Capodistria, e con quella dei porti tirrenici per le forniture destinate all’Italia nordoccidentale. In questo contesto, la posizione di Trieste si rivela però particolarmente favorevole alla luce delle nuove dinamiche di consumo. A inquadrare il fenomeno è la ricerca CoffeeSights di CoffeeBI, presentata nei giorni scorsi al TriestEspresso Expo, che analizza i trend di 21 mercati dell’Europa centro-orientale, dai Paesi baltici fino alla Turchia.
Un giro d’affari da 6,72 miliardi
I dati restituiscono un quadro inequivocabile, in cui l’asse commerciale si sta progressivamente spostando. Mentre l’Europa occidentale sconta una fase di saturazione e ristagno, con una crescita annua in volume ferma allo +0,1% dal 2021 e una contrazione del 2,6% registrata nell’ultimo anno, i mercati dell’Est si muovono a un ritmo radicalmente diverso. La regione cresce infatti del 2,4% annuo in volume e addirittura dell’8,1% in valore. Solo nel 2025, quest’area ha assorbito 573mila tonnellate di caffè, generando un giro d’affari complessivo di 6,72 miliardi di euro. A guidare questa espansione continentale sono due Paesi in particolare: Polonia e Turchia, che da soli valgono oggi circa il 42% dei volumi dell’intera regione. La Turchia, nello specifico, si posiziona come il mercato più performante in assoluto, registrando un’impennata annua del +11,5%. Numeri che, per il sistema logistico e industriale triestino storicamente orientato verso i Balcani e l’Est Europa, rappresentano una chiara opportunità di consolidamento per le esportazioni di prodotto finito e per il transito della materia prima.
L’evoluzione del gusto
La ricerca CoffeeSights evidenzia inoltre una profonda trasformazione nelle modalità di fruizione della bevanda, un fattore che gioca a favore delle aziende specializzate nella qualità. I consumatori dell’Europa centro-orientale si stanno progressivamente allontanando dal caffè solubile, l’unico formato attualmente in calo, per orientarsi verso standard più elevati. I consumi di caffè in grani e in capsule segnano infatti una crescita superiore al 9% annuo, sintomo di un’evoluzione del gusto e di una ricerca di esperienze sempre più vicine alla cultura dell’espresso, di cui Trieste è da decenni ambasciatrice nel mondo.
Un impulso decisivo proviene dal consumo di caffè fuori casa: pur rappresentando solo il 19,3% dei volumi totali, questo segmento genera ben il 30% del valore del mercato, beneficiando di un premio di prezzo pari a 1,79 volte rispetto al consumo domestico. In questo quadro, il canale HORECA (Hotellerie, Restaurant, Café) si conferma il più dinamico, con una crescita dei volumi dell’11,5% annuo e la capacità di intercettare il 77% di tutto il valore aggiunto generato dal fuori casa a partire dal 2021.
L’attenzione alla qualità e la predilezione per il consumo di caffè fuori dalle mura domestiche si riflettono direttamente sugli investimenti in attrezzature. “Il mercato europeo del caffè cresce ancora, e cresce a Est: fuori casa, nell’HORECA, sui grani e sulle macchine automatiche”, ha commentato Marcello Peluso, partner di CoffeeBI, presentando i dati della ricerca a TriestEspresso Expo. Nello specifico, le vendite di macchine professionali nei Paesi dell’Est crescono a un ritmo più che doppio rispetto all’Ovest in termini di unità (+5,5% contro il +2,2% annuo). A dominare la scena sono le macchine superautomatiche, la cui incidenza è passata dal 53,8% al 64,6% delle unità vendute nell’arco di cinque anni, superando la quota dell’Europa occidentale attualmente ferma intorno al 60%.
Un orizzonte strategico per Trieste
Per l’hub di Trieste, crocevia tra le rotte marittime globali d’importazione e i mercati di sbocco orientali, queste cifre rappresentano la conferma di una vocazione. Le aziende del territorio, dagli importatori di crudo alle storiche torrefazioni, trovano in questa spinta a Est un bacino di crescita ideale per far pesare il proprio know-how, trasformando la storica posizione di “città di confine” nel baricentro della nuova economia europea del caffè.
Il lungo viaggio del chicco verde, che parte dalle lontane piantagioni di Brasile, Uganda, Vietnam e India per approdare a Trieste, si orienta oggi verso un’apertura strategica. Il capoluogo giuliano conferma dunque la sua innata vocazione storica di nodo di transito e città di confine: accoglie la materia prima dalle rotte marittime globali, la valorizza attraverso la sua secolare eccellenza torrefattrice e guarda all’Europa centro-orientale come a un promettente bacino di crescita per il proprio export. In un mercato occidentale ormai saturo, la rapida espansione dei consumi e la crescente ricerca di qualità nei Paesi dell’Est possono offrire al sistema logistico e industriale triestino un’opportunità per ribadire e consolidare la propria centralità nella filiera internazionale del caffè.
Approfondimento a cura di Benedetta Marchetti e Agata Cragnolin
____________________________________________________
Faglia Doppia è il format di approfondimento di Trieste News nato dall’idea che una notizia non abbia mai una sola chiave di lettura. Ogni articolo è scritto a quattro mani: due firme, due sensibilità, due percorsi di ricerca che convergono in un’unica analisi costruita attraverso verifica delle fonti, confronto e lettura critica dei fatti. Il nome richiama le faglie che attraversano territori, comunità e società: linee di frattura storiche, culturali, economiche e sociali spesso invisibili in superficie, ma fondamentali per comprendere ciò che accade. Da qui nasce il concetto di Faglia Doppia: osservare gli eventi nel loro sviluppo immediato e, allo stesso tempo, nelle cause profonde e nelle conseguenze che producono. La doppia firma non rappresenta soltanto una scelta editoriale, ma un metodo di lavoro. Ogni approfondimento nasce dall’incontro di punti di vista differenti che si confrontano, si verificano reciprocamente e contribuiscono a costruire una lettura più ampia e articolata della realtà. Faglia Doppia non è cronaca in tempo reale. È uno spazio dedicato all’approfondimento, al contesto e all’analisi. Un luogo editoriale in cui dati, documenti, testimonianze e interpretazioni vengono messi in relazione per offrire ai lettori strumenti utili non solo a conoscere i fatti, ma a comprenderne il significato. Perché informare significa raccontare ciò che accade. Comprendere significa andare oltre.




