Ritratto di Ali Khamenei, il delfino di Khomeini che prese il suo posto nel 1989
Ali Khamenei ha ottenuto quello a cui, secondo molti, aspirava: entrare nella Storia come il terzo leader politico iraniano a morire in carica, dopo lo scià Mozafareddin Shah (1896-1907) e Ruhollah Khomeini (1902-1989). Sopravvissuto alle prigioni dello scià e a un attentato, che nel 1981 gli compromise l’uso del braccio destro, come molti dei leader assoluti che accentrano nelle proprie mani vasti poteri e la cui vita privata è ammantata dal mistero, Khamenei è stato dato per morto più volte nella sua vita. I suoi problemi di salute (nel 2014 è stato operato per un tumore alla prostata), per quasi 40 anni, hanno ciclicamente attratto l’attenzione della stampa e dato vita a speculazioni e notizie sempre smentite sul suo decesso; uno scenario sempre accompagnato dal grande enigma sulla sua, non scontata, successione.
In qualità di Rahbar (Guida Suprema), è il singolo individuo più potente all’interno del regime iraniano: controlla le principali leve dello Stato, nominando i capi della magistratura, della radio e della televisione di Stato, delle Forze armate regolari e delle Guardie rivoluzionarie. Khamenei ha sempre governato dando priorità alla sua stessa sopravvivenza e quella del sistema teocratico che guida, rimanendo fedele a una cultura profondamente anti-occidentale. Privo del sostegno popolare, del carisma e delle qualifiche teologiche del padre della Rivoluzione islamica e suo mentore, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, è lui il responsabile della trasformazione della Repubblica islamica da un’autocrazia clericale in una di tipo militare, con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc) che ha conquistato ampio spazio nella politica e nell’economia nazionale e che potrebbe svolgere un ruolo sempre più evidente, sulla falsariga delle forze armate del Pakistan o dell’Egitto.
Khamenei teneva a rimandare di sé l’immagine di un leader super partes, magnanimo e pio che guida il Paese in una direzione virtuosa. Non ha mai lasciato l’Iran dal 1989 e, a parte un piccolo gruppo di fidati consiglieri, è stato sempre in gran parte inaccessibile. Il gran riserbo sulla sua vita privata è stato scalfito nel 2013 da un’inchiesta della Reuters secondo cui controllava, allora, un impero finanziario da 95 miliardi di dollari, costruito sul sequestro di proprietà degli iraniani, molti dei quali appartenenti a minoranze religiose, e deteneva partecipazioni in diversi settori, dal petrolio, alle telecomunicazioni e l’immobiliare. Il rahbar, però, ha sempre sbandierato le sue radici umili, tipiche dell’élite clericale e politica della Repubblica islamica. Classe 1939, secondo di otto figli, è nato nella città santuario di Mashhad, nel Nord-Est dell’Iran, da una famiglia modesta di origine azera. Fu iniziato all’istruzione religiosa all’età di 5 anni e mosse i suoi primi passi da radicale nel clima febbrile dei primi Anni Sessanta.
L’allora scià, Mohammad Reza Pahlavi, aveva lanciato un importante progetto di riforma, ampiamente respinto dal clero conservatore. Da studente di teologia a Qom, il Vaticano degli sciiti, Khamenei si immerse nelle tradizioni dell’Islam sciita e nel nuovo pensiero radicale del leader emergente dell’opposizione conservatrice, l’ayatollah Khomeini che divenne il suo mentore; dovette, però, troncare la sua formazione per tornare a Mashhad e prendersi cura del padre malato, circostanza che avrebbe poi giustificato il mancato raggiungimento delle credenziali religiose del predecessore. All’epoca, Khomeini era in gran parte sconosciuto in Iran, ma la sua opposizione alle riforme sociali, in particolare per le donne, e alle moderne politiche dello scià Pahlavi, gli fecero guadagnare un seguito tra gli studenti del seminario, profondamente tradizionalisti. Quando lo scià esiliò Khomeini nel 1963, Khamenei rimase in Iran a diffondere i suoi insegnamenti sul governo islamico. Quella dottrina teocratica che vede nell’Occidente un ostacolo alla virtù dell’Islam fondamentalista, fece causa comune con l’intellighenzia liberale antimperialista, risentita per l’ingerenza americana in Iran.
Quando il Grande Ayatollah Khomeini tornò trionfante nel 1979, dopo la deposizione dello scià, il suo discepolo fu catapultato dall’anonimato alla ribalta. Nominato imam del venerdì a Teheran, membro del Consiglio rivoluzionario, ministro della Difesa. Nel 1981, sopravvisse a un attentato, che ne generò la fama di ‘martire in vità. A ottobre dello stesso anno fu eletto presidente, incarico che ricoprì durante la guerra con l’Iraq e fino alla morte di Khomeini, nel 1989. Scomparso il padre della Rivoluzione, Khamenei fu scelto come suo successore, grazie a una modifica della Costituzione che consentiva anche a chi avesse qualifiche clericali inferiori di assumere il ruolo e con poteri molto più ampi di prima. Khamenei li utilizzò rapidamente per consolidare il suo controllo sull’apparato tentacolare e frammentato dello Stato iraniano post-rivoluzionario. Consapevole di non godere nè del rispetto dell’alto clero, nè della popolarità di Khomeini, iniziò muovendosi con cautela per rafforzare la sua posizione. Rassicurò le èlite politiche e clericali del regime sul fatto che non intendeva sconvolgere lo status quo e decise di creare ciò che gli era mancato come presidente: una base indipendente di sostegno e una rete personale che funzionasse come i suoi «occhi e le sue orecchie». Non aveva il rispetto dei seminari, cercò quello delle caserme. Khamenei ha coltivato il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), selezionando i suoi quadri di vertice e rimescolandoli spesso per impedire loro di stabilire basi di potere indipendenti. Lo stretto legame con la Guida Suprema, in un rapporto simbiotico, ha permesso con gli anni ai Pasdaran di diventare una forza economica dominante nella teocrazia che sono chiamati a difendere.
Quando nel 1997 il candito riformista, Mohammad Khatami, vinse la presidenza con una valanga di voti, Khamenei gli concesse una certa libertà d’azione, ma lavorò duramente e spesso usando la forza per proteggere il nucleo del regime e la sua ideologia da qualsiasi seria sfida. Scelse di investire massicciamente nella proiezione del potere dell’Iran in Medio Oriente, foraggiando una serie di gruppi e milizie sciite. Era il cosiddetto Asse della Resistenzà: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, il movimento Houthi in Yemen e un variegato assortimento di proxy in Siria e Iraq. La strategia è crollata sotto il peso degli attacchi israeliani a Gaza e in Libano, dopo il 7 ottobre 2023, mentre la storica alleanza con Damasco si è conclusa con la caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024.
In 37 anni al potere, Khamenei ha cercato di destreggiarsi tra le opposte pressioni delle forze in conflitto all’interno del Sistema, il cosiddetto Nezam, per evitare una guerra aperta e preservare l’eredità di Khomeini, insieme al suo potere e a quello dei suoi più immediati sostenitori. E’ riuscito ad assicurarsi di avere il potere senza responsabilità, mentre i presidenti eletti dell’Iran hanno responsabilità senza potere. Khamenei non si è mai assunto nessuna colpa per il malessere economico, la repressione politica, le restrizioni sociali e le repressioni. Le varie e sempre più frequenti ondate di malcontento e proteste e gli sforzi di riforma si sono scontrati con altrettante campagne di repressione, oltre al continuo e duro trattamento di donne, omosessuali e minoranze religiose. Questo, unito al deterioramento della situazione economica, ha disilluso anche molti ex sostenitori del regime. La feroce repressione dell’ultimo movimento anti-governativo, tra dicembre e gennaio, ha generato la peggiore crisi di legittimità della Repubblica islamica. I semi erano stati piantati dal vasto movimento ‘Donna, vita, liberta» che nel 2022 chiese a gran voce la fine del regime portando le donne a ribellarsi platealmente contro l’obbligo del velo, pietra angolare della teocrazia iraniana.
Il programma nucleare – il dossier che ha formalmente scatenato questa ultima guerra, per via della convinzione di Usa e Israele che Teheran perseguisse l’atomica – è stato per Khamenei l’incarnazione dei temi centrali della Rivoluzione: la lotta per l’indipendenza, l’ingiustizia delle potenze straniere, la necessità dell’autosufficienza e l’alta stima dell’Islam per le scienze. E’ convinto fermamente che gli Stati Uniti siano contrari alle ambizioni nucleari dell’Iran non per la minaccia di proliferazione, ma per la potenziale indipendenza e leva economica che la Repubblica islamica ne trarrebbe. Pur mantenendo la retorica dello scontro con Israele e Stati Uniti, Khamenei ha a lungo tenuto l’Iran fuori dal conflitto diretto. Una strategia finita con l’escalation di ostilità seguita al massacro del 7 ottobre 2023, arrivata fino alla guerra aperta scoppiata a giugno scorso e ora a quello che sembra lo scontro finale.
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