Cultura

Richard Gere, perché è stato bannato dagli Oscar: il commento dell’attore

E’ noto quanto Richard Gere sia profondamente spirituale, buddista praticante fin da quando era giovane, nonché sostenitore attivo della causa tibetana, amico del Dalai Lama e cofondatore della Tibet House. Forse è meno noto che per questi suoi principi tanti anni fa fu bannato dagli Oscar.

Per capire cosa è successo bisogna andare indietro negli anni, fino al 1993, quando all’apice della sua carriera, dopo aver incantato il pubblico nei panni di Edward Lewis in Pretty Woman, Gere alla 65esima edizione degli Oscar, decise di fare un’ intervento che con la settima arte c’entrava ben poco.

L’attore ha infatti criticato pubblicamente il Primo ministro cinese dell’epoca Deng Xiaoping, appoggiando l’ indipendenza del Tibet ed evidenziando le violazioni dei diritti umani che avvenivano in Cina. Le sue parole inaspettate crearono non poco scompiglio. L’Academy, timorosa di incrinare equilibri internazionali e rapporti con un mercato cinematografico enorme come quello cinese, scelse allora la strada più severa: un ban di vent’anni.

Non l’ho presa sul personale

Il percorso di Richard Gere, star amatissima dagli anni Ottanta in poi, si distingue da quella di molti suoi colleghi. La sua carriera non è mai stata soltanto un susseguirsi di ruoli di successo, ma anche una piattaforma che l’attore ha usato per esporsi su questioni globali, spesso senza filtri.

La cerimonia degli Oscar
La cerimonia degli Oscar: il palco da cui Gere è stato lontano per vent’anni – Ig@richardgere-cineblog

Negli ultimi giorni è ritornata alla ribalta il suo allontanamento dall’Academy, una misura insolita per uno dei volti più riconoscibili di Hollywood. Una scelta drastica che ha imposto a Gere un’assenza forzata dai palcoscenici più prestigiosi dell’industria cinematografica.
Perché un divieto così lungo? E cosa ha spinto un interprete rispettato a prendere posizione, pur consapevole delle possibili ripercussioni? Le risposte arrivano dalle parole dello stesso attore, che solo di recente è tornato sull’episodio offrendo una lettura lucida e sorprendentemente pacata.

“Non l’ho presa particolarmente sul personale, non credo che in questa situazione ci siano buoni o cattivi. Io faccio quello che faccio e certamente non volevo offendere nessuno. Volevo attaccare l’aggressività, volevo attaccare l’esclusione.” Le sue parole mostrano come non abbia mai vissuto la punizione come un affronto personale. Per lui era importante denunciare ciò che percepiva come un clima di aggressività e ingiustizia, convinto che ogni individuo meriti la possibilità di riscattarsi. “Volevo attaccare la violazione dei diritti umani, ma ho provato a restare fedele alla linea di Sua Santità [il Dalai Lama]… Al fatto che tutti abbiano una possibilità di redenzione e che, alla fine, o siamo stati redenti tutti o non lo è stato nessuno. In quel senso non l’ho presa sul personale”. Ha aggiunto.

Il confronto con un caso ben più recente – quello di Will Smith e del suo intervento fisico contro Chris Rock – rende il quadro ancora più interessante. Per un gesto immediato e plateale, l’Academy ha imposto a Smith dieci anni di allontanamento. Gere ne ha scontati venti per una critica politica. Una sproporzione che alimenta interrogativi su valori, convenienze e fragilità dell’istituzione. Oggi Gere guarda a quella distanza dall’Academy con serenità, quasi come a un effetto collaterale inevitabile delle sue battaglie filosofiche e civili. Resta il fatto che la sua vicenda racconta molto di un’epoca in cui Hollywood tenta di conciliare libertà d’espressione, pressioni economiche e sensibilità globali.


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