Report-Nordio, le strane scuse a metà di Ranucci e l’invenzione della verifica “postuma” – Il Tempo

Foto: Lapresse
La vicenda Ranucci-Nordio va oltre la deontologia e riguarda direttamente il funzionamento della mente umana. Ranucci ha ammesso di aver sbagliato, ma ha anche rivendicato di non aver dato una notizia, tutelandosi con la formula “stiamo verificando”. È una distinzione che cognitivamente non regge. Nel momento in cui un’informazione entra nello spazio pubblico, la mente non la tratta come un’ipotesi neutra, bensì come una possibilità concreta. Non a caso la deontologia giornalistica prevede che la verifica venga prima della pubblicazione. Perché una verifica successiva non cancellerebbe la percezione, ossia l’effetto prodotto dalla prima esposizione. Il primo meccanismo che si attiva in questi casi è quello della disponibilità mentale (euristica della disponibilità). Se dico che “si sta verificando qualcosa” su un ministro, quella cosa entra immediatamente nel radar cognitivo del pubblico. Diventa rilevante e plausibile. Il secondo riguarda la forma del racconto. Quando un’informazione viene inserita in una narrazione, con un contesto e una sequenza, il cervello la integra quasi automaticamente. La mente non ragiona in termini giuridici, ma narrativi. Questo vale ancora di più per la parte del pubblico già predisposta a crederci. Chi ha già collocato quella vicenda in una cornice opaca e “losca” tende a darle credibilità immediatamente. In questi casi l’ipotesi non incontra attriti, trova una strada già aperta.

A questo si aggiungono altri due errori cognitivi frequenti. Uno è l’ancoraggio. La prima informazione che riceviamo diventa spesso il punto di riferimento attorno a cui organizziamo tutto il resto. Anche se arrivano correzioni o smentite, tendiamo ad aggiustare il giudizio senza allontanarci davvero da quell’ancora iniziale. Il secondo è l’effetto alone. Una volta che un elemento valutativo entra in gioco, tende a contaminare la percezione complessiva della persona. Per cui quel primo sospetto, anche se non confermato, diventa una lente attraverso cui rileggiamo tutto. Il caso più tipico è l’avviso di garanzia a un politico. Apre i telegiornali, domina il dibattito e orienta immediatamente il giudizio. L’eventuale archiviazione o assoluzione, la verifica di un fatto, scivola in secondo piano, perché sul piano cognitivo il danno è già stato fatto. L’ancora è stata fissata e l’alone si è formato. Il popolo ha già emesso la sentenza.

Dire “stiamo verificando” significa portare un contenuto nell’agenda pubblica, attivare l’attenzione e orientare la percezione. È una forma di anticipazione narrativa che produce effetti reali. Per questo la distinzione tra “dare una notizia” e “dire che la si sta verificando” non regge, perché genera effetti praticamente identici nella percezione pubblica. Ecco perché le regole deontologiche andrebbero rispettate. Perché sono umanamente fondate. Esistono per impedire che un sospetto, una volta immesso nello spazio pubblico, diventi una condanna prima ancora di diventare una notizia.
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