Release Surfer – I dischi in uscita più interessanti della settimana – 30/10

Kali Malone – Burning Song (drone, ambient) – Per Ideologic Organ, un nuovo lavoro solista a due anni dal precedente “All Life Long”. Un’opera limpida e ottimista che indaga la trascendenza come strumento per risvegliare la meraviglia. Un riverbero d’intuizione, una scintilla di consapevolezza nascosta nelle più remote regioni di sé.
Queens Of The Stone Age – Perfecth (stoner rock, alternative rock) – Simbolo imperituro dello stoner rock, la band di Josh Homme sembra da anni incapace tanto di stupire con fuochi d’artificio quanto di firmare un disco autenticamente brutto. Il nono album nasce dopo il tour “Catacombs”, rilettura spoglia del repertorio filmata nell’ossario sotto Parigi. Contiene nove brani, ospita Nikki Lane in “Easy Street” e recupera “Sunday”, scritta a quattro mani con Iggy Pop ai tempi di “Post Pop Depression”. Sarà la volta buona per rompere la regola, in un senso o nell’altro?
DIIV – ZIRP! (nu-gaze, dream pop) – In arrivo a soli due anni dal precedente “Frog In Boling Water”, il nuovo disco dei pionieri nu-gaze americani conta sull’inedita produzione del guru pc music A.G. Cook. A giudicare dai singoli la strana coppia ha un potenziale molto interessante.
Editors – Surface, Echo And Sound (indie-rock, post-punk revival) – Dopo la sbornia elettronica non proprio riuscita del precedente album, la storica formazione indie-rock inglese ritorna al suo suono organico, pieno e viscerale. Un bizzarro punto di interesse potrebbe essere l’utilizzo del mandolino da parte di Tom Smith in ogni bano di questo ottavo disco della band.
PISS – you made me/skin on linen (noise rock, post-hardcore) – La nuova sensazione di casa Sub Pop si è fatta riconoscere per un sound abrasivo e viscerale, ma soprattutto per le performance al limite del teatro della leader Taylor Zantingh, che attaverso le sue liriche evoca scene d’abuso, trauma e violenza. Il loro esordio sarà uno dei dischi dell’anno?
Jordan Rakei – A Safe Place To Be Wild (neo-soul, jazz-pop) – Alla Royal Albert Hall l’equilibrista neo-soul australiano/neozelandese ha mostrato quanto la sua versatilità cresca lontano dai controlli dello studio. Il settimo album, quattordici tracce per Fontana, è nato in larga parte durante l’anno trascorso come primo artista residente agli Abbey Road Studios. Rakei lo presenta come il suo lavoro più libero e istintivo, e lo ha anticipato con i singoli “Enemies”, “Promise” e “Paradise”. Resta da capire se tanta libertà saprà tradursi, anche su disco, nella forza comunicativa sprigionata sul palco.
Clinic – Wild In The Streets (art punk, garage rock, exotica) – Da quasi trent’anni i Clinic si aggirano in un luogo che nessuno avrebbe immaginato potesse esistere, da qualche parte tra Doors e Public Image Ltd., tra Residents e garage rock. Ridotta ormai al duo Ade Blackburn/Jonathan Hartley, la creatura aliena di Liverpool dichiara per il decimo album nuove passioni: le percussioni dell’exotica di Martin Denny e Les Baxter, il dub, i Cabaret Voltaire. Il bisturi resta affilato: dodici pezzi, quasi tutti sotto i tre minuti.
Moses Boyd – Songs For Sinners (jazz, gospel) – Sei anni dopo “Dark Matter”, finito nella shortlist del Mercury Prize, che intrecciava il jazz londinese con afrobeat, grime e broken beat, il batterista e producer di Binker & Moses torna con un doppio album dedicato alle contraddizioni della fede. Boyd lo presenta come l’incontro tra il gospel della chiesa in cui è cresciuto, la cultura dei sound system e i ritmi caraibici. Fra gli ospiti ci sono Amber-Simone in “Criticise”, Raelle in “War” e Shantéh in “More To Life”. Il suono, assicura, è quello che inseguiva da quando ha iniziato a fare musica.
Genital Shame – Wellness Plan (black metal) – Erin Dawson, dietro il nome Genital Shame, scava nel proprio secondo disco un dissidio che non concede tregua: il desiderio di sparire e l’istinto che, microscopico, vota comunque per la vita. Black metal e rumore si piegano a momenti di fragile immobilità.
Fujiya & Miyagi – New Shiny Object (krautrock disco) – Nove tracce che rinunciano al superfluo per lasciare spazio alla melodia e alla voce di David Best, più affilata che mai. Qui la perdita personale e la paternità si fanno emozione aperta, senza perdere l’ironia.
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