Umbria

Referendum, centrosinistra ora lavori a programma credibile. E si torni al Mattarellum

di Mauro Agostini

Dal 1948 ai giorni nostri la Carta Costituzionale ha conosciuto 16 interventi di modifica in campi abbastanza differenziati, dal Titolo V al giusto processo, dalla riduzione del numero dei parlamentari al pareggio di bilancio. Cinque sono stati i referendum confermativi (comprendendo anche l’ultimo), tre hanno respinto le modifiche (devolution, “Renzi”, separazione delle carriere), due hanno confermato lemodifiche (titolo quinto, riduzione parlamentari). Questo sguardo retrospettivo ci consegna due cose: modificare la Costituzione non è un delitto di lesa maestà; secondo, nella stragrandissima maggioranza dei casi lo si è fatto con larghe maggioranze parlamentari come previsto dall’articolo 138 della stessa Carta.

Parto da qui perché ritengo che nello straordinario risultato ultimo abbia contato nell’orientamento di voto più il contesto che il testo. Affermare, come alcuni hanno fatto, che il voto in un referendum costituzionale non è un voto politico è semplicemente una maldestra manipolazione e testimonia di una visione davvero assai meschina della politica. E l’elettore l’ha ben capito e si è espresso più sul metatesto che sul testo. Vale a dire che ha poco senso una battaglia campale per separare carriere che sono già di fatto separate ma che la ratio sottostante deve essere un’altra. Appunto il contesto, umiliare il Parlamento (il legislativo), come ce ne fosse stato ancora bisogno, riducendo i parlamentari a una truppa obbediente senza diritto di parola.

Un’operazione non così smaccata ma comunque pesante si intendeva fare con la magistratura (il giudiziario), un ordine da cui ci si attende ora un coraggioso passo in avanti per una giustizia funzionante i cui attori siano scevri anche solo dall’ombra di un consociativismo di corporazione. Un’operazione, questo il punto tutto politico, volta a trasformare un referendum in un plebiscito che è strumento adatto a forme di torsione autoritaria. E l’elettore ha detto: no, non in mio nome. E così gli alfieri del populismo si sono ritrovati, con loro grande sorpresa, senza il popolo. La conclusione che se ne deve trarre è che quando l’offerta politica è chiara, e in questo scontro tutto politico la posta in gioco era chiarissima, l’elettore si mobilita.

A cominciare da quella fascia, i giovani, stupidamente considerati bamboccioni dipendenti solo dal loro telefonino. E questa fascia si è via via informata nel corso della campagna elettorale, a modo suo e con i suoi strumenti, sia sul testo che sul contesto. Se leggiamo così quanto è successo domenica e lunedì allora appare anche un po’ superficiale pensare da parte del centrosinistra che ora la strada è in discesa verso Palazzo Chigi, basta solo passare attraverso il rito salvifico delle primarie. Umiltà consiglia di considerare la vittoria del No come la vittoria ANCHE del centrosinistra ma non DEL centrosinistra. Tanto più nella nostra regione dove il risultato referendario ci segnala, come ha sottolineato con la consueta lucidità Bruno Bracalente, la contendibilità della primazia tra i due schieramenti.

Insomma c’è un grande lavoro da fare subito su un programma credibile, fortemente riformistico e fortemente realizzabile. A livello nazionale il primo cimento sarà la riforma elettorale. Un consiglio, non richiesto, al centrosinistra umbro che dovrà comunque far sentire la sua voce nella formazione della volontà politica dei rispettivi partiti. Una sola legge elettorale ha garantito in Italia governabilità, alternanza, rappresentatività: il Mattarellum in vigore dal 1994 al 2006 quando venne cancellato. Che vuol dire maggioritario e collegi uninominali. 

La reintroduzione delle preferenze non significherebbe restituire la voce agli elettori ma rafforzare le filiere dei capibastone. La voce agli elettori e ai territori è garantita dal collegio uninominale dove i candidati vengono valutati e il loro operato monitorato. A chi si riaffaccia alla politica non venga offerto lo spettacolo di dequalificazione a cui assistiamo ormai da tempo, ma valori e possibilità di contare per le proprie competenze e per la propria capacità di aggregare persone intorno a sé. A chi si affaccia nei circoli non bisogna chiedere con chi stai ma che cosa hai da dire, ponendo fine allo spettacolo di piccoli dirigenti che si dicono tra di loro quanto sei bravo/a. Allora davvero questo referendum avrebbe rappresentato una lezione di lungo periodo.  

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