Basilicata

«Raddoppiare il petrolio lucano» – Il Quotidiano del Sud

Joao Santos Rosa, Ceo di Shell Italia spinge l’incremento produttivo: «Raddoppiare il petrolio lucano». C’è  il nodo burocratico ma non solo. La Basilicata copre l’85% del greggio italiano: «Ma gli impianti lavorano metà del potenziale.


La transizione energetica in atto potrebbe non bastare a garantire all’Italia la piena autonomia energetica. Nemmeno nel 2040, anno indicato dall’azienda Shell come il range temporale di riferimento per determinare almeno i primi effetti del percorso intrapreso su scala internazionale. Anche (anzi, soprattutto) per questo, l’idea di accantonare in modo progressivo gli approvvigionamenti fossili non trova consensi fra i tecnici del settore. Il problema, infatti, sarebbe legato alla reale efficienza del passaggio all’elettrico (prima che alle fonti di energia rinnovabili) sulle masse che, secondo l’analisi “The 2025 Energy Security Scenarios” realizzata proprio da Shell Italia, da qui ai prossimi tre lustri difficilmente avrà raggiunto un automatismo tale da poter consentire al nostro Paese di sganciarsi del tutto dallo sfruttamento del fossile.

IL PARADOSSO DELLA TRANSIZIONE E IL RUOLO DEI FOSSILI

Anzi, per la verità lo scenario sarebbe anche meno favorevole. Tanto che, secondo l’azienda straniera con il maggior peso finanziario nelle joint venture italiane, sarebbe addirittura necessario potenziare le performance delle aree in cui l’estrazione petrolifera (e di gas naturale) è già attiva  e che, dati alla mano, sarebbero sfruttate circa la metà del loro potenziale. E, al primo posto dei siti da implementare nei processi estrattivi, figurerebbe proprio la Basilicata, con i suoi impianti della Val d’Agri e di Tempa Rossa che, a oggi, giocano un ruolo centrale nell’approvvigionamento di greggio e gas naturale in Italia ma, per Shell, a ritmi dimezzati.

PETROLIO LUCANO: IL POTENZIALE INESPRESSO DELLA BASILICATA E LE STIME ESTRATTIVE

A tracciare il quadro era stato, in un’intervista a Repubblica, proprio il Ceo di Shell Italia, Joao Santos Rosa: «L’Italia – ha detto – importa oltre il 90% del petrolio e del gas che consuma. La diversificazione delle fonti diventa sempre più cruciale, e la produzione nazionale di idrocarburi resta un tema inevitabile». Il che, in un contesto in cui le risorse esistono, rischierebbe di diventare un paradosso: «Parliamo di milioni di barili equivalenti tra petrolio e gas, distribuiti tra Basilicata, Adriatico e Sicilia: aree già oggetto di concessioni e altre ancora inesplorate».

A proposito del territorio lucano, Rosa aveva auspicato chiaramente un incremento degli investimenti mirati all’innalzamento dei livelli di estrazione, tenendo presente che, al passo attuale, «la produzione cala in modo naturale del 15% l’anno», mentre entrambi i siti capofila (Val d’Agri e Tempa Rossa), erano stati progettati rispettivamente per la produzione di 120 mila e 50 mila barili al giorno: «Oggi produciamo meno della metà». Al momento, la Basilicata conserva un livello produttivo comunque record nel nostro Paese, garantendo l’85% di greggio annualmente estratto in Italia, oltre al 30% del gas naturale. Il tutto, con una stima di circa 40 mila barili che, negli auspici, dovrebbero passare almeno a 80 mila per garantire la copertura del fabbisogno da qui al prossimo decennio.

LA DOMANDA GLOBALE E IL NODO DELLA DIPENDENZA DALL’ESTERO

La questione resta cruciale. Perché se è vero che il percorso di transizione energetica intrapreso dal nostro Paese, seguendo di fatto la rotta tracciata dalla Comunità europea, l’affrancamento dal greggio non sarebbe giustificato dalle proiezioni future. Secondo Shell, infatti, la domanda di petrolio vedrà sì un calo da qui al 2040 ma, tutto sommato, entro certi limiti, in quanto a favore della domanda remerà il mercato del traffico aereo, dato in crescita costante. E, per questo, l’Italia si ritroverebbe a fare i conti con una dipendenza che, in buona parte, poggerebbe sulle importazioni anche tra quattordici anni, con la produzione interna che arriverebbe a coprire solo il 12% del fabbisogno. Chiaramente, se il trend estrattivo non dovesse diversificarsi entro qualche anno.

PETROLIO LUCANO: DATI MASE E L’OSTACOLO DELLA BUROCRAZIA

Stando ai dati Mase (analizzati da Milano Finanza), in Basilicata, nel 2025, sono state prodotte 3,3 milioni di tonnellate di greggio sulle 3,86 estratte sul suolo nazionale. Tuttavia, a conti fatti, emerge un paradosso: mentre la quota estrattiva di petrolio resta predominante a livello nazionale, il conteggio complessivo ha subito una contrazione dell’11,5% lo scorso anno (da 3,86 milioni di tonnellate da 4,37 milioni), mentre la produzione di gas naturale, che vede la Basilicata superare agilmente il 30% ma senza raggiungere i livelli di leadership del comparto petrolifero, ha registrato una crescita superiore al 12%. La quale, di fatto, rende i 984 milioni di metri cubi (su 3,23 miliardi nazionali) in linea di massima più incidenti nel computo dell’approvvigionamento.

Eppure, nonostante i numeri importanti, per le aziende interessate (con Eni accanto a Shell in Val d’Agri, rispettivamente al 61% e al 39%) la produzione interna non costituirebbe, stando così le cose, un’alternativa valida alle crisi generate dalle tensioni internazionali. Il problema sarebbero, in buona parte, gli ostacoli burocratici all’iter autorizzativo: «La lentezza nel rilascio dei permessi – lamenta il segretario generale della Femca Cisl Basilicata. Massimiliano Mincuzzi – sta bloccando l’operatività, con riflessi negativi che pesano sulla programmazione delle aziende dell’indotto e sulla stabilità occupazionale». Uno sprint che, se arriverà dovrà prima di tutto bilanciare impatto ambientale e tutela dell’indotto. Non un obiettivo da poco.


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