Calabria

Quando i cicloni diventano ‘sistema’. Tansi: “Qui in Calabria si vive solo di emergenza”

Il cielo livido continua a scaricare acqua come non aveva mai fatto prima in questi mesi invernali. Ma è la terra, sfruttata, impermeabilizzata, frammentata, a non reggere più l’urto. Colpa dell’uomo che con le sue dimenticanze ha rovesciato gli equilibri dell’ecosistema oltraggiandone la bellezza e la purezza. In fondo, però, al Sud, le calamità naturali si accumulano alla storica calamità che è tutta meridionale. Qui si è convinti, più che altrove, che si debba costruire la propria vita e le proprie cose anche a scapito dell’ambiente, delle leggi, degli altri. E così nasce l’equazione che rappresenta il punto di rottura di un equilibrio compromesso. Le piogge torrenziali che colpisco sempre più frequentemente la Calabria, le mareggiate che continuano a cancellare tratti interi di costa, le frane che incidono i fianchi di colline e versanti già vulnerabili non sono un’improvvisa anomalia climatica ma l’esito prevedibile di un territorio senza più anticorpi, governato troppo a lungo nell’ottica esclusiva dell’emergenza.
«Il cambiamento climatico non è più un’opinione. I cicloni sono ospiti recenti del nostro mare, del nostro territorio, perché fanno parte di un altro contesto, un contesto subtropicale». Carlo Tansi, geologo ed ex capo della Protezione civile calabrese, descrive un sistema atmosferico mutato in profondità e che non può essere più ignorato per la salvaguardia dell’ambiente. «La stessa quantità di pioggia che prima cadeva in un mese, in due mesi, adesso cade in un giorno, due giorni e quindi questo fa sì che il suolo si saturi velocemente perché non fa in tempo a drenare tutta quest’acqua». Il risultato è un cortocircuito idrogeologico: «E’ così che si creano questi fenomeni. E sa da un lato abbiamo interi territori alluvionati e soggetti a frana, i venti molto forti che accompagnano i cicloni generano onde molto alte. Nell’ultima notte hanno raggiunto i 7 metri. Con Harry, le onde erano salite fino a 12 metri, l’altezza di un palazzo di quattro piani». E insieme alla violenza dell’acqua ecco il paradosso: alluvioni d’inverno e siccità d’estate «Sì, perché quell’acqua che cade velocemente in tempi molto rapidi, seminando danni, non fa in tempo a nutrire le falde che restano a corto di risorse».

Ma l’accusa più grave riguarda è politica. «Fino ad ora, abbiamo sempre parlato di emergenza mai di prevenzione. Ma adesso è finito il tempo di gestire in ottica di straordinarietà questi fenomeni, perché bisogna fare prevenzione programmando la difesa del suolo». Nel 2014, ricorda Tansi, «erano stati stanziati quasi 600 milioni di euro per poter pianificare attraverso un grande progetto (il Master Plan) la difesa dei circa 800 chilometri di coste della Calabria dall’erosione». Le risorse c’erano, i progetti pure, «quindi bisognava solo intervenire». Dodici anni dopo, è rimasto tutto sulla carata. «Sì, ma adesso, quei progetti non servono più a niente perché, intanto, la morfologia è cambiata e quindi c’è bisogno di ripartire dallo stato dei luoghi. Veramente al danno si è aggiunta la beffa. E questo fa più rabbia».
Nel frattempo, il litorale sparisce: «Negli ultimi 60 anni, in Calabria, la costa è arretrata di 110 metri mediamente. E 110 metri rappresentano la lunghezza di un campo di calcio». E davanti all’evidenza, avverte Tansi, «non possiamo più prenderci in giro, dobbiamo intervenire con opere strutturali e non con interventi emergenziali tampone perché ormai non c’è più spiaggia in molte parti della Calabria e quindi buttare massi così a casaccio, non è assolutamente la soluzione migliore».


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