Qualcosa di biondo | Vanity Fair Italia
Questo articolo è pubblicato sul numero 50 di Vanity Fair in edicola fino al 9 dicembre 2025.
Disclaimer: chi scrive è bionda da sempre. Il primo gesto di emancipazione risale al liceo, quando ottenni il permesso di schiarire di due toni il mio castano polvere, timido, senza carattere. Ogni opinione su questo tema potrebbe dunque essere parziale, leggermente ossessiva e contaminata da anni di decolorazioni e investimenti in parrucchieri, nel percorso epico verso il tono perfetto: miele, tridimensionale, norvegese, hollywoodiano.
Il biondo non è mai casuale: solo per una minima parte di popolazione mondiale è genetico, soprattutto al Nord (pare che il pigmento chiaro favorisca l’assorbimento della vitamina D nelle regioni dove c’è poca luce), mentre altrove è arte, scelta, quasi ideologia. Non esiste una bionda pigra: quell’allure richiede costanza, strategie da alchimista, rituali che somigliano più all’allenamento di un atleta che a un capriccio estetico. Marilyn Monroe lo sapeva meglio di chiunque: ogni settimana si sottoponeva diligente a ore di trattamenti. Quel mitico platino pillow-case white («bianco dei cuscini») era il risultato di una disciplina quasi militare. Si racconta che, tra una schiarita e l’altra, usasse polveri sulle radici per mantenere l’illusione di un biondo sempre perfetto: un’anticipazione inconsapevole dello shampoo secco, ma infinitamente più glamour e personale. «Nella Hollywood anni ’40, il biondo era già un codice narrativo: significava desiderio, leggerezza, pericolo. Era l’eredità di Jean Harlow, la prima blonde bombshell, modello visivo che gli studios usavano per evocare un certo tipo di femminilità», spiega Chiara Pasqualetti Johnson nel nuovo libro Marilyn. Dea. Diva. Donna. «Quando Norma Jeane decide di diventare Marilyn, sceglie di entrare in quel linguaggio cambiando colore di capelli. Nel 1946, nel celebre salone di bellezza Frank & Joseph di Los Angeles, i suoi ricci castani vengono schiariti per la prima volta, per arrivare nel tempo al platino quasi metafisico che diventa la sua firma».
Essere Marilyn era un lavoro a tempo pieno. Restava seduta per ore, paziente, mentre i parrucchieri lavoravano su ogni ciocca. Un’immagine molto diversa dal mito glamour: è la diva operaia, artefice della propria leggenda». A quasi cento anni dalla sua nascita – il 1° giugno 1926 – l’eredità del biondo rimane un linguaggio universale e riconoscibile, carico di fascino e significati. Simbolo di giovinezza, salute, divinità e ribellione, dagli eroi greci alle prostitute romane, dalle regine di Francia che si decoloravano con succo di limone e zafferano alle icone femministe post-punk che giocavano con la schiaritura per provocazione, questa tonalità ha attraversato le epoche come un segnale intermittente: inequivocabile simbolo di desiderabilità, ma anche gesto di sfida. E se Marilyn rappresenta la matrice di questo linguaggio – luminoso, contraddittorio, identificabile a distanza – oggi il colore chiaro è diventato un ecosistema, dallo scandi blonde da algoritmo al fulgore choc delle popstar, dall’effetto «tramonto dorato» delle creator al platino disciplinato delle figure di potere.
Per ogni variazione, resta la stessa domanda: perché continuiamo a inseguirlo? Forse perché il biondo è racconto: rivela chi siamo, chi aspiriamo a diventare, chi desideriamo convincere. Dal power blonde di Ursula von der Leyen al tono attivista di Billie Eilish, più che un colore di capelli è un linguaggio iconico che attraversa cinema, politica, internet, femminismo e algoritmi. Tra viralità social e ironia, la tentazione di cedere al suo fascino prima o poi riguarda tutti. Con un vantaggio in più: grazie ai filtri dell’AI chiunque può testarlo prima ancora di andare dal parrucchiere. Gli stereotipi persistono – la «bionda svampita» vive nelle barzellette e nella cultura pop – ma le nuove generazioni li reinventano: su TikTok non troviamo solo tutorial di decolorazione, ma veri manifesti generazionali di «bionditudine». Si perdona tutto a una bionda, perché è un colore irresistibile (Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, diceva: «Picasso ha avuto il periodo rosa e quello blu, io da sempre sono nel mio periodo biondo»): è alibi quando si fa finta di non capire e immunità contro tutto, leggero e magico, tanto che anche chi non lo è ama dire «sono bionda dentro». Un’arma di charme che nonostante tutto funziona. E se oggi questo tono chiaro è diventato un linguaggio di segni, eleganza e influenza, lo dobbiamo un po’ anche a Marilyn: «Lei non interpretava il biondo: lo abitava, lo caricava di vulnerabilità, di intelligenza nascosta, di sensualità», dice Pasqualetti Johnson. «Ha trasformato lo stereotipo della dumb blond in una creatura complessa, irresistibile, capace di dettare le regole del desiderio. Con lei il biondo è diventato un archetipo».
Compiti a casa
1. Senza solfati, impedisce che il colore sbiadisca: Color Protection Shine Restoring Shampoo di La Biosthetique (€ 28).
2. Illumina biondi naturali, decolorati o con mПche: DОmРlant Nuanceur de Couleur di Christophe Robin (€ 29).
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3. Il miele Mirsalehi dona luminosità: Honey Gloss Ceramide Therapy Hydrating Mask di Gisou (€ 42).
4. Anti-giallo e mantenimento del riflesso freddo: Cool Blonde Shampoo di Framesi (€ 20).
5. Tonalizzante viola super concentrato: Olaplex N°.5P Blonde Enhancer (€ 32).
6. Disegnato da Antonio Colomboni, Wonder No Yellow Shampoo П venduto nel kit con lo spray Wonder Hair Mist di Fanola (€19,90).
7. Perfezionante per biondo freddo, LuxeBlond Mask di Wella System Professional (€ 45,40).
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Il segreto è la gradualità
Se la partenza è scura, ottenere un look dorato senza rovinare i capelli è un percorso che richiede tanta pazienza
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