Primo suicidio assistito in Lombardia nel Ssn che la legge (ancora al palo) vuole escludere
In Lombardia c’è il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dal servizio sanitario regionale. Si tratta di Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, che è morto il 25 agosto dopo aver ottenuto l’assistenza del Servizio sanitario regionale lombardo. Come spiega l’associazione Luca Coscioni, è la terza persona in Lombardia ad accedere alla morte volontaria, e il primo caso nel quale il Servizio sanitario regionale ha organizzato l’intera fase attuativa, compresi l’assistenza sanitaria, il farmaco e la strumentazione necessari e l’individuazione del luogo nel quale procedere. Proprio il ruolo del Ssn è uno di punti più discussi dal disegno di legge sul fine vita fermo da mesi in Senato che per il testo messo a punto dalla maggioranza prevede proprio l’esclusione del Servizio sanitario nazionale dalle procedure per il suicidio assistito. Il diritto al fine vita per i malati terminali è stato finora disciplinato da alcune sentenze della Corte costituzionale che dal 2019 ha invitato anche il Parlamento a legiferare al più presto su questa delicata materia, ma finora non è stata trovata la quadra.
Al momento in attesa di una legge nazionale sono tre le Regioni che hanno approvato – dopo le decisioni della Consulta – una disciplina regionale sul fine vita: la prima è stata la Toscana, seguita da Sardegna ed Emilia Romagna.
Il primo caso gestito in Lombardia dal Ssn
Domenico Zuccarelli, che era di Giussano nel Milanese, aveva presentato la richiesta di accedere alla morte assistita all’Asst Ovest Milanese l’8 novembre 2025. Dalla richiesta all’effettiva attuazione sono trascorsi 290 giorni, oltre nove mesi, ricorda l’associazione Coscioni che lo ha assistito, nonostante le linee guida regionali prevedano un termine massimo complessivo del procedimento di 145 giorni. Dopo mesi di attesa, solleciti e diffide, il collegio legale di studio e difesa di Domenico, coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e sua difensora, aveva presentato a fine maggio un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che la procedura fosse conclusa in tempi compatibili con la progressione della sua malattia, e che, in caso di verifica positiva, venisse concretamente organizzata anche la fase attuativa. Lo scorso 23 giugno, in udienza, Domenico aveva espresso al giudice il peso dell’attesa: “Sono stanco, non ne posso più”. Il percorso di Domenico si è concluso all’interno del Servizio sanitario regionale lombardo, non limitandosi alla verifica dei requisiti. Il servizio pubblico ha organizzato anche la fase attuativa: il personale sanitario disponibile su base volontaria, il farmaco e la strumentazione necessari, la modalità di autosomministrazione compatibile con le condizioni di Domenico, l’assistenza sanitaria e il luogo nel quale esercitare la propria scelta. L’uomo ha infine disposto la donazione del proprio corpo alla ricerca scientifica.
“Per evitare che la procedura sia condotta in tempi così lunghi, e anche per evitare che un futuro assessore alla Salute possa disfare tutto con un tratto di penna, è fondamentale che il Consiglio regionale approvi la legge di iniziativa popolare ‘Liberi subito’”, sottolineano Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria nazionale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.
Bertolaso (Lombardia): “pieno rispetto delle regole”, ma è polemica
“La Regione non ha dato notizia di questo caso per rispettare la volontà dal paziente che la sua morte non venisse strumentalizzata e usata. Dal momento che altri hanno purtroppo deciso di renderlo pubblico, possiamo confermare che il percorso si è svolto nel pieno rispetto delle indicazioni regionali e dei principi stabiliti dalle pronunce della Corte costituzionale”. Così l’assessore al Welfare, Guido Bertolaso, sul suicidio assistito in Lombardia gestito dal servizio sanitario. “Trasformare una vicenda così intima in uno strumento di battaglia mediatica significa non rispettare la persona, la sua volontà e la sua dignità”. “Su temi tanto delicati”, come il fine vita, “credo che le istituzioni – aggiunge Bertolaso – abbiano un dovere preciso: applicare le regole, garantire i diritti e, soprattutto, rispettare le persone e le loro scelte, senza strumentalizzazioni”.
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