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Plankton Wat – The Vanishing World: Psych-rock intelligentemente derivativo :: Le Recensioni di OndaRock

Già chitarrista degli Eternal Tapestry e collaboratore dei Jackie-O Motherfucker, Dewey Mahood torna a concentrarsi sulla sua creatura preferita: i Plankton Wat.
Con l’aiuto di Dustin Dybvig (batterista della Rose City Band), James Shaver (bassista negli Abronia e nei Deep Earth) e Victor Nash (trombettista nei Decemberists), il musicista di Portland continua nella sua interpretazione dei canoni rock anni 70 di band come Can e King Crimson, con un piglio post-hippy e un’espansiva vena psichedelica gestite con sufficiente maestria tecnica. Archiviata l’esperienza con la Thrill Jockey, i Plankton Wat hanno ridimensionato le nuance più avventurose, concentrandosi su sonorità più spigolose. Resta comunque spazio per momenti introspettivi in chiave psych-prog, arricchiti dalle incursioni di una tromba insolita e magnetica, capace di oscillare emotivamente tra free-jazz e post-rock.

Intelligentemente derivativo, “The Vanishing World” trova solide basi nel tocco impeccabile del basso di James Shaver, protagonista insieme al resto della band della funambolica fuga in stile Allman Brothers meets afro-funk di “Kaldi”, e mattatore unico della splendida “Hot Tropics”, che mi piace immaginare come un potenziale demo dell’ultimo Jimi Hendrix. Per quanto possa apparire monolitico, “The Vanishing World” passa agilmente dalle eteree sonorità di “Synesthesia” al mix atipico di shoegaze e jam-rock di “Forgotten Dreams”, dove la voce diventa protagonista.
Ed è proprio questa assidua e inquieta sequenza di trame strumentali il punto di forza di un disco che si nutre dei virtuosismi di “Iberia” e di pagine evocative che diventano oggetto di scorribande sonore elaborate in “Black Satin”, in un tour de force che resta in bilico tra creatività e rigore.

21/07/2026


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