Cultura

Pete Fij – Up’s The New Down

Ultimamente leggo la parola “sottovalutato” molto spesso. Nei commenti di Facebook è un classico, con più di una band (anche dal passato glorioso) o di un artista a cui viene appiccicato questo aggettivo. Il più delle volte non mi trovo d’accordo, mi sembra che il fan deluso per una mancata bella recensione tenti di consolarsi etichettando i suoi idoli come incompresi e, appunto, sottovalutati. In questo caso però, per il buon Pete Fij, dire che il termine calza a pennello. Gli Adorable hanno fatto un percorso ad ostacoli più che una carriera musicale e i successivi progetti (Polak e il duo con Terry Bickers) sono sempre rimasti per pochi intimi, nonostante l’alto valore qualitativo. Pete Fij è stato veramente un artista sottovalutato e la sua penna dotata, sempre sagace e attenta, non è mai stata lodata abbastanza, diciamo le cose come stanno.

credit: lorna

Chissà che le cose non possano cambiare con questo pregevolissimo album d’esordio che ci mostra un Pete in forma smagliante, capace di scivolare agevolmente tra generi e sonorità variegate, mentre il suo “classico” cipiglio sembra essere abbandonato per una visione più ottimistica e meno cupa della vita. L’ex Adorable dopo tanti anni di toni bassi e acustici si riappropria di energia e grinta e alza i volumi della sua chitarra elettrica e lo fa con assoluta disinvoltura ed eleganza: non ci troviamo davanti a un rifacimento degli Adorable, ma è come se Pete fosse andato a rispolverare una rabbia sonora che era “ferma ai box” ma aspettava solo di essere liberata. Ecco quindi che non ci si stupisce di trame rumorose che abbracciano il post-punk, ma anche frammenti ballabili quanto altri più dilatati: c’è ambizione, c’è voglia di smarcarsi dalle etichette e sopratutto c’è un grande fiorire d’idee in questo “Up’s The New Down”, in cui, ed ecco spiegato il mio 8 pienissimo in pagella, Pete dimostra che la sua capacità melodica in tutti questi anni non si è mai affievolita, per non parlare di una voce forse mai così ricca di sfumature e di colori diversi.

Due esempi? Ma certo. “Love’s Coming Back” sembra arrivare dritta da casa Jim e William Reid, sonica e trionfale a dire poco e “Don’t Bring Me Sunshine” è puro jangle-pop, cristallino e caldo ci colpisce con la sua melodia zuccherosa e immediata come forse non abbiamo mai sentito dal nostro Pete. Poi ecco le tante variazioni sul tema, dal post-punk minimale di “Complicated” e “Wake Up Honey”, al groove divertente ed elettronico di “Kitchen Disco”, passando per “Hey Sunshine”, sorta di folk moderno che poi abbraccia le tastiere e sembra quasi riportarci alle cose migliori dei Polak. Ma non è finita, perchè con “Cuckoo” siamo quasi in zona Human League nelle tenebre e nella conclusiva “Fragments” ci si muove su un terrento oscuro e malinconico, come se gli Adorable fossero in una stanza con i Cure, con un crescendo magistrale che nel finale ci fa quasi venir voglia di dire la parola “shoegaze”.

Tanti anni fa gli Adorable arrivarono troppo tardi per lo shoegaze e troppe presto per il Britpop, beh, stavolta invece Pete non sbaglia affatto la tempistica e si presenta con un disco magistrale, perfettamente adatto a questi tempi in cui i generi sembrano più barriere da superare che adeguati inquadramenti. Un album che ci regala l’iimmagine di un artista a suo agio, perfettamente pronto a godersi il momento, senza rimpiangere di non aver sperimentato e di non essersi lasciato andare a dovere.

Bentornato Pete!


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