Salute

Perché è così facile ingrassare e tanto difficile dimagrire? Cosa dice la scienza

Due ricerche, presentate in questi giorni all’International Congress on Obesity (Ico 2026), il congresso mondiale organizzato dalla World Obesity Federation a Città del Messico, gettano luce su un aspetto della pandemia di obesità, che va ben oltre la forza di volontà. Al centro di tutto c’è il modo in cui il nostro corpo viene letteralmente “ingannato” dagli alimenti ultra-processati e quanto questo inganno costi in termini di vite umane.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Un sistema costruito per farci ingrassare

La prima ricerca, firmata da Boyd Swinburn, esperto di obesità dell’Università di Auckland (Nuova Zelanda), si basa sulla Teoria dei Sistemi Sinergici (“Synergistic Systems Theory”). Secondo l’esperto, la pandemia di obesità sarebbe imputabile all’incontro perverso tra due sistemi complessi, che funzionano esattamente per come sono stati progettati. Da un lato l’industria del cibo ultra-processato, dall’altro i meccanismi fisiologici con i quali il nostro organismo regola l’equilibrio energetico.

Il sistema del cibo ultra-processato, spiega Swinburn, si regge su una serie ingranaggi che si rinforzano a vicenda: sviluppo del prodotto, marketing, filiera di distribuzione ed economia politica. Nel complesso, il modello individua ben 22 meccanismi di retroazione positiva che spingono continuamente questo sistema a crescere, a scapito del “cibo vero”. Il risultato è che tutti, consumatori compresi, finiscono per diventare “prigionieri semi-consenzienti” di un sistema dal quale traggono qualche vantaggio immediato (comodità, prezzo, appagamento del gusto), pagando però un prezzo alto sul lungo periodo.

Organismo “raggirato”

Sul fronte dell’organismo, invece, entra in gioco il sistema dell’equilibrio energetico. In condizioni normali il nostro corpo regola con precisione l’introito calorico, in base al fabbisogno della massa magra. Ma gli alimenti ultra-processati, densi di calorie, velocissimi da mangiare e progettati per essere irresistibili, riescono a raggirare questo meccanismo di “bilanciamento” (tra energia necessaria e calorie introdotte), si finisce per introdurre più energia di quanta se ne consumi, senza nemmeno accorgersene. È quello che i ricercatori chiamano “iperconsumo passivo”. Ed è qui che scatta la trappola più subdola: quando il peso aumenta, anche molto, il corpo reagisce poco; quando invece si prova a scendere di peso, l’organismo reagisce con forza, ‘impigrendo’ il metabolismo e aumentando la fame. È il cosiddetto “effetto cricchetto” (ratchet effect): un processo irreversibile o a senso unico, in cui è facile continuare ad aumentare, a salire, ma non si riesce più a tornare al livello precedente. Insomma, aumentare di peso è una passeggiata; far scendere l’ago della bilancia invece è difficilissimo, perché è come se il dimagrimento fosse una minaccia da combattere a tutti i costi.

«Se fosse facile sottrarci al richiamo degli alimenti ultra-processati, se questi non ingannassero il nostro corpo facendoci ingrassare lentamente e se perdere peso fosse facile quanto guadagnarlo, non avremmo una pandemia di obesità – ha dichiarato Swinburn, aggiungendo che è necessario intervenire su più livelli: tassando le bevande zuccherate, mettendo etichette di avvertimento (i ‘semafori’) sulle confezioni, vietando la pubblicità di junk food indirizzata ai bambini. E guardando al futuro, Swinburn indica nei farmaci basati sul Glp-1 uno strumento capace di agire proprio su quella “manopola dell’appetito” che il cibo ultra-processato tiene alzata al massimo. «Quando questi farmaci diventeranno più accessibili, il loro impatto sulla diffusione dell’obesità nella popolazione potrebbe essere significativo».


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