Marche

«Per quei falliti non so togliermi l’angoscia». Indagati 4 compagni di scuola


SENIGALLIA – «Comunque non riesco a togliermi ‘sto senso di angoscia, non so perché. Cioè, so come risolvere questo problema di ‘sti falliti, però mi crea comunque angoscia e mal di pancia». È affidato a queste parole secche, inviate via messaggio alla madre, il peso di uno smarrimento che Leonardo Calcina non riusciva più a contenere, tre giorni prima del 13 ottobre 2024, quando si è tolto la vita. Frasi finite negli atti dopo essere state estrapolate dal suo profilo Whatsapp tramite l’analisi dello smartphone.

Le confessioni

Leonardo non voleva più tornare al Panzini.

L’aveva confidato alla madre e il riscontro trova conferma anche nella testimonianza di un professore, ascoltato dagli inquirenti, a cui aveva chiesto fino a che anno fosse obbligatorio andare a scuola. Tre compagni di classe avevano confermato il clima di tensione costante, tra cui il suo migliore amico. Le testimonianze di cinque minori sono agli atti dell’inchiesta, che vede indagati quattro giovani tra i 17 e i 19 anni per atti persecutori e istigazione al suicidio. Figurano, infatti, anche due amici d’infanzia a cui il 1° ottobre il 15enne aveva raccontato di essere infastidito, in particolare, da un diciottenne, più grande di lui e ripetente, che lo avrebbe bullizzato facendogli continuamente «delle vocine femminili» e sfottendolo per il cognome che finiva in “a”. Non ne aveva fatto il nome e chiedeva come potesse farlo smettere. Aveva poi deciso di tenere le cuffiette in classe, per non sentire. A queste vessazioni si aggiungevano sfottò a chiaro sfondo omofobo, peraltro ingiustificati.

La situazione

A verbale, due compagni hanno confermato la gravità della situazione, parlando di provocazioni continue persino durante le ore di lezione. Quadro ribadito anche da una compagna che al funerale aveva consegnato una lettera ai genitori, poi ascoltata dagli inquirenti: «L’avevo difeso cercando di essere più forte di quelle stupide vocine ma non c’ero riuscita». A questo si somma un file vocale, prodotto dalla famiglia, in cui una voce femminile lo umilia definendolo «un cesso» e altro ancora, diventato in breve tempo virale. Attraverso le verifiche sui telefoni dei quattro indagati, gli inquirenti cercheranno di risalire all’identità di chi l’ha prodotto e diffuso. È l’insieme di tutti questi tasselli ad aver spinto il gip a respingere la richiesta di archiviazione e a emettere un’ordinanza di integrazione delle indagini per nuovi accertamenti informatici sugli smartphone sequestrati e per riascoltare i testimoni.




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