Paziente cade dentro una struttura sanitaria, chiesti 11mila euro a una dottoressa

La Procura regionale della Corte dei conti ha chiesto la condanna di una dottoressa al risarcimento di 10.711 euro per il danno erariale legato all’incidente avvenuto in un centro per i disturbi alimentari, dove una paziente rimase ferita dopo la caduta da una sedia ritenuta inadeguata. La vicenda è stata discussa mercoledì davanti alla Sezione giurisdizionale dell’Umbria della Corte dei conti, presieduta da Giuseppe De Rosa.
Il caso Il procedimento nasce da un episodio avvenuto all’interno della segreteria della struttura sanitaria. Secondo quanto ricostruito in aula, la paziente era andata nel locale per lasciare alcuni effetti personali e, una volta seduta, «la sedia è scivolata, causandone la caduta e un conseguente trauma». In seguito all’incidente la donna aveva avviato una causa civile contro l’azienda sanitaria, conclusa con una transazione da 21.423 euro a carico della Asl.
L’accusa Dopo aver archiviato la posizione dell’operatrice socio-sanitaria che accompagnava la paziente, la Procura contabile ha individuato nella responsabile del centro la figura a cui attribuire le carenze organizzative e di sicurezza che avrebbero favorito l’incidente. Per l’accusa, il problema riguardava in particolare gli arredi presenti nella segreteria, giudicati non adatti a pazienti affetti da obesità. Nel corso dell’udienza il sostituto procuratore generale Francesco Magno ha sostenuto che «i locali della segreteria fossero quotidianamente utilizzati dai pazienti» e che gli arredi risultassero «obiettivamente inidonei per persone obese».
Omissione Secondo la Procura, la responsabilità deriverebbe da una grave omissione nella valutazione dei rischi e nell’organizzazione degli ambienti, in violazione delle norme sulla sicurezza e delle raccomandazioni ministeriali per la prevenzione delle cadute nelle strutture sanitarie. L’accusa ha inoltre evidenziato come la segreteria, pur non essendo formalmente destinata ai degenti, fosse frequentata abitualmente dagli ospiti della struttura, anche per attività quotidiane come la misurazione della pressione arteriosa. Da qui la contestazione di una «violazione macroscopica degli obblighi di valutazione e rivalutazione del rischio».
Nessuna responsabilità La difesa ha invece contestato sia il merito delle accuse sia la regolarità del procedimento. L’avvocata della professionista, Annamaria Pacciarini, ha ricordato che nel giudizio civile precedente la dottoressa era stata ascoltata soltanto come «testimone sotto giuramento» e che nessuno aveva allora ipotizzato una sua responsabilità personale. Secondo la ricostruzione difensiva, la gestione concreta degli spazi e degli arredi era affidata al personale operativo e ai responsabili infermieristici. La professionista coordinava infatti quattro diversi centri regionali con circa 240 pazienti complessivi, circostanza che avrebbe reso impossibile un controllo diretto e quotidiano di ogni ambiente. La difesa ha inoltre sostenuto che non fossero mai arrivate segnalazioni relative a sedie difettose o pericolose nel locale dove avvenne l’incidente.
La Gelli-Bianco Nel procedimento è stata richiamata anche la legge Gelli-Bianco, che disciplina la responsabilità sanitaria. L’avvocata della dottoressa sostengono che l’azienda sanitaria avrebbe dovuto informarla sia della causa civile sia della successiva transazione, consentendole di partecipare alla difesa. Per la Procura, invece, la norma non sarebbe applicabile al caso perché la contestazione riguarderebbe obblighi organizzativi e amministrativi legati alla sicurezza degli ambienti. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.
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