Società

Paolo Crepet e la scuola perduta: “Famiglie dentro le aule, un’invasione di gente senza competenze messa sullo stesso piano di docenti e dirigenti”

L’ultima volta che Paolo Crepet ha creduto nella scuola, probabilmente, i banchi erano ancora di legno e i docenti firmavano con un timbro.

Oggi, a 74 anni, lo psichiatra e sociologo non usa mezzi termini: l’istituzione che avrebbe dovuto formare i cittadini si è sbriciolata sotto il peso di troppe porte spalancate. “Non quella degli ultimi decenni”, precisa subito in un’intervista a Il Resto del Carlino. Poi parte la stoccata.

Secondo Crepet, il punto di non ritorno risale ai Decreti Delegati del 1974, quando la Politica e la società civile decisero di far entrare le famiglie dentro le aule. “Un’invasione – le sue parole – di gente senza competenze, messa sullo stesso piano di docenti e dirigenti”. L’intento di partenza, ammette, era anche generoso. Ma il risultato, a suo dire, è diventato “una follia totale”. L’errore, conclude, è “colossale” e andrebbe ammesso senza troppi ritegni.

Gli chiedono che cosa farebbe, se avesse il potere di ridisegnare le regole da capo. La risposta è un binario secco: “Vietare l’uso dei social fino al termine dell’adolescenza e ridare centralità alla scuola”. Sul primo punto qualcuno obietta che si tratti di un palliativo. Lui ribatte: intanto si cominci, come già accade in diversi Paesi. Sul secondo, invece, snocciola una serie di provvedimenti che suonano come un manifesto contro l’iper-comunicazione scolastica.

Primo: ridurre il rapporto tra genitori e docenti a un solo colloquio all’anno, gestito in modo rigido. Secondo: abolire il registro elettronico, reo di “deresponsabilizzare gli studenti fin da bambini”. Terzo: chiudere tutte le chat di classe e quelle tra genitori. Crepet è consapevole che misure del genere restituirebbero margini più ampi alla discrezionalità degli insegnanti e dei dirigenti. “Ma anche – sottolinea – alla loro responsabilità”.

Quando gli fanno notare che, in questo quadro, i ragazzi sembrano comparire solo come vittime o spettatori, lo psichiatra cambia tono. Non per addolcirlo, ma per spostare il tiro. “Loro che possono fare?”, domanda retoricamente. E aggiunge un paradosso contemporaneo: “Nemmeno riescono a tornare a casa da scuola da soli, per dire. Però stanno sui social tutto il giorno. Quindi perché stupirsi se filmano un pestaggio?”.

Gli ultimi casi di cronaca

Non sono soltanto le riflessioni di Crepet a tracciare il quadro di una scuola in difficoltà. La cronaca degli ultimi mesi, soprattutto nei primi cinque mesi del 2026, ha restituito l’immagine di un’istituzione sotto pressione. Basta scorrere i titoli per accorgersi che la violenza, dentro e fuori dalle aule, ha smesso di essere un’eccezione per diventare una presenza inquietante.

Ad accendere i riflettori ci hanno pensato episodi come quello di Parma, dove il 21 maggio un gruppo di studenti ha aggredito due docenti a calci e pugni in un parco vicino alla scuola, il tutto ripreso da un cellulare tra le risate di chi filmava. Due giorni dopo la stessa dinamica si è ripresentata a Teramo, con quattro studenti 14enni che hanno spintonato un professore di diritto fino a farlo cadere a terra, procurandogli un trauma al naso.

Ma l’elemento più inquietante riguarda l’uso dei social come megafono e amplificatore della violenza. A marzo, a Trescore Balneario (in provincia di Bergamo), un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante di francese trasmettendo l’aggressione in diretta su Telegram. Lo stesso copione si è ripetuto a fine maggio a San Vito Lo Capo (in provincia di Trapani), dove un dodicenne si è presentato in classe armato di due coltelli, ha tentato di colpire il professore di tecnologia e ha mandato in streaming l’azione. Gli inquirenti sospettano che i due ragazzi si fossero incrociati nelle stesse chat, ipotizzando l’esistenza di microcomunità online dove la violenza estrema smarrisce il suo orrore per diventare una performance da condividere con un pubblico virtuale.

Non mancano le storie di bullismo tra pari. A Torino, ad aprile, sei studenti sono finiti sotto inchiesta per aver chiuso in bagno un bambino delle elementari, picchiandolo e torturandolo ripetutamente con un coltellino. A Firenze, un professore ha raccontato di essere stato circondato da una decina di studenti che lo hanno preso a pallonate e sputi, filmando il tutto mentre uno di loro si abbassava le mutande davanti a lui.

Numeri alla mano, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha registrato 71 aggressioni al personale scolastico nell’anno 2023/24 e 51 nel successivo. Ma la sensazione, ascoltando i ragazzi, è che la conta non basti a restituire la gravità del fenomeno.

E mentre il ministro Valditara annuncia l’inasprimento delle pene e l’installazione di metal detector, la domanda che resta sospesa è un’altra: come si fa a ricostruire il rispetto quando la scuola non viene più percepita come un luogo sicuro, né da chi la frequenta né da chi ci lavora?


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