Paola La Salvia spiega la ‘ndrangheta globale, dai riti arcaici ai cloud e alle criptovalute
Intervista a Paola La Salvia, autrice del libro “I Malacarni”, che spiega l’evoluzione della ‘ndrangheta dai rituali arcaici alle criptovalute
UN’organizzazione criminale capace di tenere insieme il mito di Osso, Mastrosso e Carcagnosso con l’uso dei virtual assets. Così Paola La Salvia, tenente colonnella della Guardia di Finanza, docente e saggista di origini catanzaresi, descrive la ‘ndrangheta nel volume “I Malacarni. Come la Mafia è diventata globale”, edito da Gambini. In che modo questi rituali antichi, apparentemente folkloristici, fungono ancora oggi da collante indispensabile per una multinazionale del crimine che muove capitali invisibili nel cyberspazio? Ne abbiamo parlato con l’autrice che, con 12 anni di esperienza nella Dia, si è occupata per motivi professionali di come le mafie siano in grado di coniugare tradizione e transnazionalità.
Il testo esplora come le mafie sfruttino la globalizzazione per infiltrarsi nei mercati legali, riciclare denaro e condizionare l’economia e la politica a livello planetario. Ad impreziosirlo la prefazione di Antonio Parbonetti, prorettore dell’Università di Padova professore di Economia aziendale, esperto di infiltrazioni mafiose nell’economia. E l’introduzione di Paolo Storoni, colonnello dei carabinieri con trent’anni di esperienza nel Ros e nella Dia, specializzato in relazioni internazionali investigative.
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Dall’Aspromonte al Cloud: come convivono riti arcaici e criptovalute?
«Il passaggio della ‘ndrangheta dall’Aspromonte al cloud non è mai avvenuto attraverso una rottura, ma al contrario è stato il frutto di una continuità evolutiva. La ’ndrangheta non ha mai abbandonato i suoi riti arcaici: li ha semplicemente affiancati a strumenti contemporanei. I codici simbolici, le affiliazioni, la dimensione identitaria continuano a garantire coesione interna e affidabilità, che sono poi gli elementi fondamentali per qualsiasi organizzazione criminale. Ciò che cambia è il contesto operativo. Oggi la ’ndrangheta si muove in uno spazio globale e digitalizzato. Utilizza il cloud, le criptovalute, le piattaforme finanziarie internazionali per riciclare capitali, occultare transazioni e investire nell’economia legale. Le criptovalute, in particolare, non sono tanto un’alternativa al sistema tradizionale, quanto un ulteriore strumento che consente velocità, opacità e transnazionalità. Nel mio libro “I Malacarni” racconto proprio questo. La mafia oggi, in particolare l’organizzazione calabrese, non è un residuo del passato, ma un soggetto pienamente inserito nella contemporaneità, capace di parlare il linguaggio della finanza globale senza perdere le proprie radici identitarie. In questo senso, più che di trasformazione, parlerei di una sofisticazione. La ’ndrangheta resta profondamente sé stessa, ma diventa sempre più difficile da individuare perché si mimetizza dentro le infrastrutture della modernità.
La “Santa” è il salto di qualità per l’élite criminale della ‘ndrangheta. Come la doppia affiliazione, mafiosa e massonica, ha permesso ai boss di trasformarsi da criminali di strada in “fratelli di interessi”?
«La “santa” rappresenta uno snodo decisivo nella storia della ’ndrangheta, perché segna il passaggio da una criminalità ancora legata ad una dimensione prevalentemente territoriale a un’élite capace di muoversi nei circuiti del potere. Con la creazione della santa, l’organizzazione introduce un livello superiore, riservato a pochi, che rompe formalmente anche alcuni tabù originari, come il divieto di contatti con lo Stato e con ambienti istituzionali. È qui che si costruisce la possibilità della doppia appartenenza: mafiosa e riconducibile anche ad ambienti massonici riservati o deviati. Non tanto in senso ideologico, quanto funzionale. Questa doppia affiliazione consente ai vertici della ’ndrangheta di accedere a reti relazionali altrimenti precluse: professionisti, imprenditori, funzionari pubblici, circuiti decisionali. È in questo spazio che il mafioso smette di essere solo un attore criminale visibile e diventa un mediatore, un facilitatore, un soggetto capace di stare dentro e fuori la legalità».
Il “negazionismo del Nord”: perché per decenni si è faticato a riconoscere la ‘ndrangheta fuori dalla Calabria?
«Il cosiddetto “negazionismo del Nord” non è stato un errore di valutazione casuale, ma il risultato di una rappresentazione distorta del fenomeno mafioso. Per molto tempo si è pensato alla ‘ndrangheta come ad un fenomeno arretrato, rurale, legato esclusivamente a dinamiche arcaiche e territoriali, incapace di operare nei contesti più sviluppati. In realtà, proprio questa sottovalutazione ha favorito la sua espansione. La ’ndrangheta non si è imposta al Nord con modalità eclatanti o violente, ma attraverso una strategia silenziosa: mimetizzazione, investimenti, relazioni economiche. Ha parlato il linguaggio dell’impresa, si è inserita nei mercati, ha offerto capitali e servizi, spesso trovando interlocutori disponibili. Il problema è che al Nord si è cercata la mafia dove non si manifestava più: nei segnali tradizionali dell’intimidazione visibile e della violenza manifesta. Ma la ’ndrangheta contemporanea è soprattutto capacità di infiltrazione economica e relazionale».
Le donne della ‘ndrangheta: sono loro il vero segreto della tenuta del sistema contro il pentitismo?
«In una organizzazione come la ’ndrangheta, fondata in larga parte sui vincoli di sangue e sui legami familiari, il pentitismo non può che avere una dimensione fisiologicamente residuale. A differenza di altre mafie, qui l’appartenenza non è solo una scelta criminale, ma una condizione identitaria che nasce dentro la famiglia e si trasmette nel tempo. È proprio in questo contesto che il ruolo delle donne diventa centrale. Esse, all’interno dell’organizzazione calabrese, pur non potendo essere ufficialmente affiliate, sono le custodi della memoria, delle regole, dei legami interni. Garantiscono continuità tra le generazioni e rafforzano quel sistema di lealtà che rende più difficile la rottura rappresentata dalla collaborazione con la giustizia. I matrimoni all’interno della ‘ndrangheta non sono solo un fatto sentimentale, ma costituiscono dei veri e propri strumenti strategici usati per rafforzare le alleanze tra i clan, risolvere conflitti interni o consolidare il controllo sui territori e le attività illecite. Attraverso queste unioni si creano delle vere e proprie dinastie criminali, in cui i legami di sangue garantiscono continuità, fedeltà e stabilità nel tempo. Per questo il pentitismo, nella ’ndrangheta, incontra una resistenza più forte: rompere non significa solo tradire l’organizzazione, ma recidere un sistema familiare e identitario. E le donne, in questo equilibrio, sono uno degli elementi chiave della sua tenuta».
Oltre la repressione: lo Stato può vincere se la mafia offre “risposte più rapide”?
«Lo Stato deve vincere, e soprattutto non può permettersi di indietreggiare. La lotta alla mafia è una questione di tenuta democratica: ogni arretramento aprirebbe spazi che le organizzazioni criminali sono pronte a occupare. È vero che la mafia è spesso più veloce: non conosce regole, non ha vincoli procedurali, si muove con grande rapidità nei mercati e nei contesti globali. Lo Stato, invece, deve operare dentro il perimetro delle leggi e delle garanzie. Ma è proprio questa la sua forza, non la sua debolezza. La repressione, da sola, non basta. La vera sfida è affiancare alla repressione una strategia di prevenzione: costruire consapevolezza, rafforzare gli anticorpi sociali, rendere meno permeabili i contesti economici ed istituzionali. I vari momenti di confronto, come quelli avviati ad esempio, nell’Università della Calabria dimostrano che è possibile costruire percorsi seri, strutturati, capaci di formare una nuova generazione più attenta e preparata. Ma non basta: bisogna proseguire e ampliare questo impegno, portando la cultura dell’antimafia in tutte le scuole, di ogni ordine e grado. Perché la vera sfida non è solo reprimere la mafia, ma renderla culturalmente inaccettabile».
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