Cultura

Oggi “Stadium Arcadium” dei Red Hot Chili Peppers compie 20 anni

Il disco che oggi andiamo ad omaggiare nella nostra rubrica dei compleanni è “Stadium Arcadium”, ennesimo grande successo dei losangelini Red Hot Chili Peppers, che proprio nella prima metà degli anni zero stavano toccando l’apogeo della loro fortunata parabola artistica.

Erano reduci infatti da un tour mondiale da tutto esaurito che si protrasse per quasi due anni (da luglio 2002 a giugno 2004) e ormai nei cartelloni dei Festival internazionali se la giocavano (praticamente unica rock band rimasta in carica a concorrere ad armi pari) con i mostri del pop mainstream.
Ed è proprio questo il punto, dopo il colpo di coda di fine millennio rappresentato da un album che rasentava il capolavoro come “Californication” (il quale andò a rinverdire i fasti del best seller “Blood Sugar Sex Magik” che invece i nineties li aveva inaugurati), i quattro avevano dato alle stampe “By the Way”, dove il salto nel pop era stato sin troppo evidente, con uno stile di certo più accessibile ma anche lontano, per non dire lontanissimo, da quello per cui si erano fatti notare sin dagli inizi della loro carriera.
E ok che si cambia, si matura e si cresce, però era davvero difficile riconoscere i Nostri in quelle melodie così smaccatamente commerciali e non riscontrare più (se non in modo sporadico) quei guizzi di genialità che da sempre li avevano contraddistinti.

Trascorsi quattro anni da quel disco, tornando in studio col fidato Rick Rubin, i “peperoncini piccanti” si trovavano davanti a una scelta: proseguire su quest’ultima strada, i cui fasti erano ancora ben visibili dati gli esiti favorevoli dei concerti o tornare a impossessarsi, almeno in parte (nessuno era così utopista da immaginare di riascoltare brani simili a quelli di “Mother’s Milk” per dire), di quel lato più selvaggio, genuino e irriverente della loro proposta.

Alla fine la band rispose sul campo con un album doppio per un totale di 28 (!) canzoni, che dapprima sarebbero potute diventare persino di più (tale era il ritmo indiavolato in fase di scrittura) e poi, a conti fatti, invece furono di meno visto che in questi casi spesso si comprende quanto il troppo stroppia.

Sia quel che sia, bastarono le ficcanti note e la melodia incalzante dell’opener “Dani California” – primo estratto fra numerosi singoli – a far capire che Anthony Kiedis, Flea, John Frusciante e Chad Smith erano decisi a fare un (piccolo) passo indietro, dimostrando di non voler rinunciare a far scuotere ancora gli ascoltatori.

Certo, c’è una componente di orecchiabilità che per alcuni potrà sembrare sospetta, come a strizzare l’occhiolino alle radio generaliste ma, tant’è, il brano viaggia che è un piacere in heavy rotation (anche nelle Tv musicali, complice il riuscito videoclip dove interpretano, parodiando, alcune tra le più influenti band della storia) e fa subito crescere l’attesa per scoprire il resto della scaletta.

Di fatto in “Stadium Arcadium” i Red Hot Chili Peppers riusciranno a far confluire diverse anime, proponendo un sound adulto, in parte contenuto, ma decisamente coinvolgente e gradevole.

Prevalgono le ballate mid-tempo, d’altronde da tempo ormai Kiedis ha dimostrato un’attitudine naturale al canto, fermo restando la volontà di inserire ancora quelle parti “rappate” e nervose talvolta indispensabili a far cambiare rotta ai brani.
Il tutto però è tenuto bene sotto controllo, quasi a non “disturbare” quella vasta fetta di fan acquisiti in tempi più recenti.
Tuttavia, gusti a parte, credo che nessuno potrebbe affermare che “Stadium Arcadium” sia un brutto disco (anzi, a detta di chi scrive, è l’ultimo vero album sopra la media del gruppo) però il lavoro nell’insieme sembra molto ragionato, scritto più con la testa che con la pancia.

Erano comunque tutti mossi dalla fregola di scrivere, tanto che come accennato ogni giorno, durante le prime settimane, riuscivano a partorire senza grosse difficoltà dei brani poi giudicati “abili” a finire sul disco.
E i buoni titoli qui dentro obiettivamente non mancano, anche solo prendendo quelli usciti su singolo dopo la già citata “Dani California”: in ordine di pubblicazione, “Tell Me Baby”, “Snow (Hey Oh)”, “Desecration Smile” – tra i vertici dell’intera opera – e una ” Hump de Bump” dai vivaci rimasugli funky.
Ma sarebbe fuorviante, oltre che ingeneroso, fermarsi agli episodi più noti, visto che di ispirazione e qualità sono intrise diverse altre canzoni; ecco quindi passare in rassegna momenti degni di nota, quali “Slow Cheetah”, “Strip My Mind”, “Warlocks”, “Torture Me” e “Wet Sand” dal primo disco intitolato “Jupiter”, e “Animal Bar”, “21st Century”, “If” e” Storm in a Teacup” dal CD 2 ” Mars”.

C’è poi la title track, che forte di uno splendido mood malinconico rappresenta a mio avviso il “singolo mancato” per eccellenza della lunga carriera della band.
Un percorso che proprio all’altezza di questo mastodontico disco (arrivato al primo posto in classifica in 23 Stati del mondo, tra cui USA, Inghilterra, Germania, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, oltre che in Italia) verrà oltretutto ampiamente riconosciuto in maniera ufficiale, come testimoniano i cinque Grammy vinti – compreso quello per il miglior disco rock dell’anno – su sette nomination, ma che da lì a pochissimo tornerà a farsi accidentato e tortuoso, visto che per la seconda volta John Frusciante deciderà di uscire dal gruppo dopo un altro tour di successo, lasciando il posto al validissimo Josh Klinghoffer.

Il chitarrista storico, il cui sapiente tocco di genio ha contribuito enormemente all’affermazione del gruppo rendendolo unico nel panorama musicale mondiale, come risaputo tornerà poi all’ovile rimanendoci fino ai giorni nostri.

A distanza di vent’anni esatti da allora, i Red Hot Chili Peppers sono ancora qui che affollano concerti in ogni dove ma sempre più facendo leva sul mito del passato, considerando non certo imprescindibili gli album di inediti pubblicati negli ultimi dieci anni: un aspetto, questo, che col senno di poi va ad accrescere ancora di più il valore di un capitolo come “Stadium Arcadium”.

Data di pubblicazione: 9 maggio 2006 (tranne in Germania, dove fu pubblicato il 5 maggio 2006)
Registrato: presso “The Mansion” studio di Los Angeles e il “Sound City” di Van Nuys, California, tra la fine del 2004 e il 2005
Tracce: 28 (14 nel CD 1 “Jupiter” e 14 nel CD 2 “Mars”
Lunghezza: 122:19 (totale)
Etichetta: Warner Bros.
Produttore: Rick Rubin

Tracklist:
Disco 1:
1. Dani California
2. Snow (Hey Oh)
3. Charlie
4. Stadium Arcadium
5. Hump de Bump
6. She’s Only 18
7. Slow Cheetah
8. Torture Me
9. Strip My Mind
10. Expecially in Michigan
11. Warlocks
12. C’mon Girl
13. Wet Sand
14. Hey

Disco 2:
1. Desecration Smile
2. Tell Me Baby
3. Hard to Concentrate
4. 21st Century
5. She Looks to Me
6. Readymade
7. If
8. Make You Feel Better
9. Animal Bar
10. So Much I
11. Storm in a Teacup
12. We Believe
13. Turn It Again
14. Death of a Martian


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