“Noi, sotto i missili degli ayatollah”: i bolzanini Deborah e Aaron Fait vivono in Israele – Cronaca
BOLZANO. «Pronto? Ah sì buongiorno. Ma scusi, posso richiamarla, sta suonando la sirena, devo scendere nel rifugio. A dopo…». E via. Ieri ne sono suonate almeno una ogni ora a Rehovot, sud di Israele. Appena fuori sorge l’istituto Weizmann, quello delle scienze. La frontiera della ricerca. Già nel giugno scorso, nelle ore del primo contrattacco iraniano, era stato colpito da un missile. Deborah Fait ha casa a due passi. «Come va a Bolzano?», riprende poco dopo. Beh no, come va lì…«Siamo abituati – dice – succede sempre e non solo con gli iraniani. Sotto, abbiamo quello che serve, siamo un condominio attrezzato».
Bolzanina purosangue, ha scelto anni fa di andare a vivere in Israele. Lei e Aron, suo figlio. Il quale, a sua volta, è docente alla Ben Gurion, una delle università israeliane di punta, dopo aver conseguito il dottorato in biochimica proprio al Weizmann. «Le mie ricerche? Sulla viticoltura desertica», spiega mentre pure lui si prepara “a scendere giù” come si dice anche dalle sue parti. L’ateneo è a Beer Sheva, con un suo campus, nel deserto del Neghev.
«Mi dicono che un missile ha colpito un palazzo a Tel Aviv» comunica dopo un po’ Deborah. Sono voci. Come quella che dice che Khamenei è morto sotto le bombe a Teheran: «Non ci credo, per me è vivo». Aaron nel frattempo sale e scende dal rifugio. «Mi porto del the nel termos, una pila, dell’acqua e anche tre bambole. Più un iPad e robe da disegno»; le prime sono per far compagnia a Miriam che non se ne stacca mai. «Ci siamo io, le bambine e mia moglie. Qui, la sirena è suonata ogni venti minuti. Adesso è quasi notte…».
Tutti e due i Fait spiegano che la settimana prossima (quella che inizia oggi, lunedì 2 marzo) è Purim. Una delle festività ebraiche più gioiose, quella che ricorda la salvezza del popolo di Israele dallo sterminio di Aman, proprio nell’antica Persia. Che oggi è Iran, per dire.
«Mi chiede se ci aspettavamo questo attacco su Teheran? Beh sì. Veniamo da mesi e mesi di minacce. Al nord – commenta Deborah – gli iraniani non fanno altro che armare Hezbollah che picchia sui nostri kibbutz».Spiega che se anche ci fosse del dissenso per le politiche di Netanyhau sui territori e magari anche su Gaza quando si tratta degli ayatollah e dei guardiani della rivoluzione, il Paese pare unito: «Da dove credete che vengano i missili degli Houti a sud, e le armi di Hamas e tutti gli attentati in giro?».
Insomma, Israele si sente sempre circondato. E scende dei rifugi. Ogni condominio ne ha uno. I bambini lo chiamano “la stanza della guerra”.
L’ansia degli iraniani
Poi c’è l’Iran della diaspora. A Bolzano vive da tempo Mohsen Farasad. È primario di medicina nucleare al San Maurizio. Sono ore difficili per lui: «Da stamattina (sabato 28 febbraio ndr) non ricevo più messaggi o filmati al telefonino. E quando accade questo a Teheran, vuol dire che il regime stringe le corde del controllo». Ha visto anche lui ragazze che gioivano alle prime bombe e altre che si levavano il velo ma aggiunge: «So di compagni di studi, di amici, parenti che sperano in un cambio del governo ma sono rimasti scioccati dalla durissima reazione che la polizia ha avuto dopo le manifestazioni di gennaio, con arresti e uccisioni. Per questo molti scelgono la prudenza». Si attendeva questo attacco? «Beh, da giorni ormai. Ma sa in cosa speravo sempre?».Prego. «Che a condurlo per riportare la democrazia in Iran potesse essere una coalizione, magari con gli europei, invece che solo con Usa e Israele. Certo, ci vorrebbe più coraggio da parte della Ue…». Insomma, sono giorni sospesi, per il dottor Farasad. Divisi tra la speranza che il regime possa crollare e il terrore di una lunga guerra e di una altrettanto dura repressione. Intanto, continuerà a chiamare. (p.ca.)@RIPRODUZIONE RISERVATA




