Società

“No al TFA sostegno, non lo userò come scorciatoia”. Le reazioni del mondo scuola

La testimonianza di Emanuele, un professore precario di lettere che rifiuta categoricamente il Tirocinio Formativo Attivo (TFA) sul sostegno definendolo una “scorciatoia per il posto fisso”, ha riacceso un dibattito sul sistema di reclutamento della scuola italiana. Se da un lato la storia del docente evidenzia una “caccia” al punteggio a scapito della propria disciplina d’insegnamento, dall’altro i commenti al suo sfogo rivelano una spaccatura profonda tra chi difende la dignità professionale, chi invoca la reale preparazione e chi attacca il concetto stesso di “vocazione”.

Emanuele, trentenne napoletano e docente precario di lettere da sei anni, di fronte alla possibilità di intraprendere il percorso del Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per diventare insegnante di sostegno, ha scelto un netto rifiuto: non utilizzerà mai il sostegno come “scorciatoia” per accumulare punteggio o scavalcare le graduatorie e arrivare prima al posto fisso sulla propria materia. La sua è una denuncia contro un sistema che incentiva la caccia ai titoli a scapito del merito e, soprattutto, a danno degli alunni con disabilità, affidati talvolta a personale privo di autentica motivazione.

La critica alla “vocazione” e il richiamo alla professionalità

Uno dei primi elementi emersi dai commenti alla testimonianza riguarda il linguaggio utilizzato per descrivere il ruolo del docente: molti utenti hanno contestato il concetto di “vocazione” richiamato nel dibattito, definendolo una retorica fuorviante. L’insegnamento deve essere riconosciuto come una professione altamente qualificata e non come una missione da martiri.

In più commenti si è sottolineato come il TFA non regali affatto l’immissione in ruolo immediata, ma sia un corso di specializzazione che attribuisce punteggio nelle Graduatorie Provinciali per le Supplenze. Per ottenere la stabilità e l’eventuale passaggio di cattedra sulla materia occorre comunque superare i concorsi ordinari ed essere abilitati.

L’etica personale di fronte alla carenza di organico

Le opinioni si spaccano nettamente quando si valuta l’impatto del TFA sul percorso dei singoli docenti: diversi interventi danno ragione ad Emanuele, confermando come l’accesso al sostegno per puri fini opportunistici porti in aula personale spesso non portato, privo della pazienza e delle strategie pedagogiche necessarie per gestire contesti complessi.

Altri utenti hanno raccontato esperienze opposte, mostrando come l’accesso al TFA sia stato affiancato da ulteriori percorsi formativi (come lauree in psicologia) per offrire un servizio d’eccellenza ai bambini, respingendo l’accusa generica che chi sceglie il sostegno lo faccia sempre in modo cinico.

Il punto di vista delle famiglie: no agli “esperimenti” sulla pelle dei ragazzi

L’aspetto più rigido della discussione emerge dalle testimonianze dei familiari di alunni con disabilità e degli esperti del settore socio-pedagogico: la critica più severa si scaglia contro l’idea che il sostegno possa essere considerato una “palestra di crescita personale” o un’esperienza temporanea per docenti curricolari. Gli alunni con bisogni educativi speciali hanno diritto a professionisti dotati di competenze specifiche avanzate, non di tentativi o di semplice “buon cuore”.

I genitori, inoltre, ribadiscono che l’integrazione scolastica è un diritto tutelato e non una concessione per cui ringraziare. Far passare il sostegno come una corsia preferenziale per accumulare punti rischia di compromettere le già ridotte opportunità di futuro degli studenti più fragili.

La vicenda di Emanuele e il successivo dibattito mostrano così il cortocircuito della scuola italiana: un sistema di reclutamento farraginoso che spinge i docenti alla rincorsa dei titoli e, al contempo, rischia di esporre gli studenti con disabilità alle conseguenze di questa continua emergenza organizzativa.


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