Negoziatori, bozze e rischi: 5 cose da sapere sui negoziati tra Stati Uniti e Iran per fermare la guerra
Nelle prossime ore Islamabad diventerà il centro della diplomazia globale. Nella capitale pakistana, blindata come raramente accade, si concentrano le aspettative di una de-escalation in uno dei conflitti più pericolosi degli ultimi anni: quello tra Stati Uniti e Iran, con il coinvolgimento indiretto di Israele e di diversi attori regionali. Le autorità pakistane hanno trasformato intere aree della città in zone ad alta sicurezza, evacuando hotel, chiudendo strade e dispiegando forze aggiuntive, a testimonianza della fragilità del momento e del timore che qualsiasi incidente possa far deragliare il negoziato.
Il contesto resta estremamente instabile: il cessate il fuoco raggiunto è considerato fragile, mentre nuovi attacchi indiretti e tensioni regionali – dal Libano allo Stretto di Hormuz ancora parzialmente chiuso – mantengono alta la pressione internazionale. I mercati globali osservano con attenzione: il petrolio è tornato sopra livelli critici e le borse reagiscono a ogni segnale proveniente da Islamabad.
In questo scenario, i colloqui previsti nel fine settimana rappresentano molto più di un semplice round negoziale: sono un test sulla possibilità di evitare un’escalation regionale più ampia. Ecco le cinque cose fondamentali da sapere.
1. Chi sono i negoziatori
Il formato dei colloqui riflette in modo diretto il peso geopolitico della crisi. La delegazione statunitense è guidata dal vicepresidente JD Vance, una scelta che segnala quanto Washington consideri decisivo questo passaggio negoziale, proprio lui, il più scettico sull’attacco all’Iran fra i MAGA. Assieme a lui, la Casa Bianca ha confermato la presenza dell’inviato speciale Steve Witkoff e di Jared Kushner, genero di Donald Trump.
Sul fronte iraniano, la partecipazione ai colloqui è stata confermata dal presidente Masoud Pezeshkian, che ha inviato una delegazione di alto livello politico, indicativa della volontà di Teheran di non relegare il confronto a un piano tecnico. La delegazione è guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf.
Il ruolo del Pakistan è altrettanto centrale: il premier Shehbaz Sharif guida una complessa operazione diplomatica che vede coinvolti anche i vertici militari, impegnati a garantire sicurezza e credibilità al tavolo. Nel loro insieme, queste presenze mostrano come il negoziato non sia periferico, ma rappresenti un momento di confronto diretto tra leadership di primo piano.
2. Il testo sul tavolo
Al centro delle discussioni c’è un impianto negoziale articolato, che mira innanzitutto a trasformare la fragile tregua esistente in un cessate il fuoco strutturato e verificabile. Le proposte includono una prima fase temporanea e un possibile sviluppo più ambizioso, un “framework di Islamabad”, che prevedrebbe una tregua estesa fino a circa 45 giorni per creare lo spazio necessario a negoziati più profondi.
Parallelamente, l’Iran ha messo sul tavolo una piattaforma in dieci punti che affronta temi cruciali come la sicurezza regionale e la fine delle ostilità. Tuttavia, il negoziato resta appesantito da nodi estremamente sensibili, tra cui il programma nucleare iraniano, un punto non negoziabile per gli Stati Uniti-almeno fino ad oggi-, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il ruolo di Israele nei teatri paralleli, in particolare quello libanese. Questi elementi rendono il testo negoziale molto più di una semplice tregua, configurandolo come un possibile embrione di accordo strategico più ampio.
3. Perché Islamabad
La scelta di Islamabad come sede dei colloqui risponde a una precisa logica geopolitica. Il Pakistan occupa infatti una posizione unica, essendo al tempo stesso vicino geografico dell’Iran e interlocutore consolidato degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo. Questa collocazione gli consente di presentarsi come un mediatore credibile e relativamente neutrale, sebbene in questo scenario stia emergendo sempre più chiaro il ruolo della Cina come eminenza grigia del tentativo di mediazione.
Vi è da dire, comunque, che negli ultimi mesi, il governo pakistano ha progressivamente intensificato i propri sforzi diplomatici, trasformandosi da attore marginale a protagonista attivo del tentativo di de-escalation. Tuttavia, questa centralità comporta anche rischi significativi: un eventuale fallimento dei colloqui potrebbe compromettere la già claudicante credibilità di Islamabad e mettere in discussione la sua capacità di gestire questa crisi così complessa.
4. I rischi, tra sicurezza e pressioni esterne
I negoziati si svolgono in un contesto di sicurezza estremamente delicato, che rappresenta di per sé uno dei principali fattori di incertezza. Le autorità pakistane temono possibili attacchi o tentativi di sabotaggio, provenienti sia da gruppi militanti interni sia da attori esterni interessati a far fallire il dialogo.
A questo si aggiunge la fragilità della tregua, già messa in discussione da episodi di violenza indiretta nella regione, che dimostrano quanto il cessate il fuoco sia ancora lontano dall’essere consolidato. La presenza di attori regionali come Israele, che pur non siedono formalmente al tavolo, contribuisce a complicare ulteriormente il quadro, mentre le tensioni interne al Pakistan e quelle lungo il confine afghano rendono il contesto ancora più instabile. In questo scenario, uno dei limiti principali della mediazione pakistana è rappresentato dalla difficoltà di garantire l’effettiva attuazione di eventuali accordi raggiunti.
5. Cosa c’è in gioco
Le conseguenze dei negoziati di Islamabad si estendono ben oltre il teatro immediato della crisi. Il primo livello è quello energetico, poiché lo Stretto di Hormuz rappresenta un passaggio cruciale per il commercio globale di petrolio e la sua parziale chiusura ha già prodotto effetti significativi sui prezzi e sui mercati. Ma la posta in gioco riguarda anche la stabilità regionale, dato che il conflitto coinvolge indirettamente diversi teatri, dal Libano al Golfo, e rischia di allargarsi ulteriormente.
Sul piano globale, l’esito dei colloqui influenzerà gli equilibri tra grandi potenze e la credibilità degli strumenti diplomatici in un contesto sempre più frammentato.
Infine, c’è una dimensione specificamente pakistana: Islamabad ha investito un capitale politico considerevole in questa iniziativa e il successo o il fallimento del negoziato inciderà direttamente sul suo ruolo futuro nella diplomazia internazionale e sul credito che potrebbe guadagnarsi o meno presso le segreterie occidentali.
Source link




