Società

NEET in Italia, il calo non basta: giovani invisibili, donne e Sud restano il vero problema

Il dato diffuso dall’Istat racconta una storia a due facce. Da un lato, la buona notizia: i giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano percorsi di formazione sono scesi al 13,3% nel 2025, meno della metà rispetto al 25,7% del 2015.

Un tracollo che sembrava impossibile solo qualche anno fa. Dall’altro, la fotografia impietosa di un Paese spaccato in due: al Sud l’incidenza tocca il 20,2%, mentre al Nord si ferma all’8,7%. Più del doppio.

La distanza tra le due Italie si allarga ulteriormente se si guarda alla fascia più critica, quella dei 25-29enni. Qui il fenomeno riguarda un giovane su cinque, con tutte le conseguenze che si possono immaginare in termini di autonomia, progetti di vita, prospettive. Una generazione che arranca, che fatica a staccarsi dalle famiglie non per scelta ma per necessità.

I numeri raccontano anche un’altra verità scomoda: le donne sono più penalizzate degli uomini. Il 14,9% contro l’11,8%. Una differenza che non si spiega solo con il mercato del lavoro, ma che affonda le radici in un sistema culturale che ancora oggi carica sulle spalle femminili il peso della cura. Una giovane donna del Sud, con un titolo di studio medio-basso, ha probabilità altissime di ritrovarsi in questa condizione di sospensione.

L’indagine dell’INAPP, condotta su 1.548 giovani fino a 34 anni, prova ad andare oltre i numeri e a capire cosa si nasconde dietro queste percentuali. E il quadro che emerge è più complesso di quanto si possa immaginare.

Il primo dato sorprendente riguarda l’orientamento al lavoro. Il 60,4% dei NEET è attivamente impegnato nella ricerca di un’occupazione. Non sono ragazzini che hanno rinunciato, non sono fannulloni. Sono persone che mandano curriculum, che rispondono ad annunci, che frequentano centri per l’impiego. Un altro 28,8% si dichiara disponibile a lavorare ma non cerca attivamente. Solo un decimo del campione risulta veramente distante dal mercato del lavoro.

Ciò significa che per la stragrande maggioranza dei NEET il problema non è la mancanza di voglia, ma l’assenza di opportunità. O meglio, l’assenza di opportunità giuste. Perché molti di loro hanno lavorato, ma in modo intermittente: stagioni, contratti a termine, collaborazioni occasionali. Esperienze che non costruiscono un percorso, che non garantiscono competenze spendibili, che lasciano il tempo che trovano.

E qui si inserisce il ruolo decisivo delle famiglie. Il 28,8% dei giovani intervistati dall’INAPP vive esclusivamente con il sostegno dei genitori. Il 39% non dichiara alcuna fonte di entrata. La famiglia funziona come un salvagente, ma a volte quel salvagente si trasforma in una gabbia dorata. L’assenza di urgenza economica, paradossalmente, può diventare un fattore di immobilismo. Se la rete familiare regge, il giovane può permettersi di aspettare, di sperare che arrivi l’occasione giusta. Ma il tempo passa e l’inattività si allunga.

Il dato sulla durata dell’inattività è illuminante. Il 67,2% dei NEET è in questa condizione da meno di un anno. Sembra poco, ma è tanto. Perché significa che oltre un terzo dei giovani resta bloccato per periodi più lunghi. E l’analisi multivariata mostra che più si invecchia, più si è istruiti e più si sono avute esperienze lavorative positive, minore è il rischio di rimanere intrappolati. Sembra banale, ma non lo è: chi non ha mai avuto un lavoro “vero” fatica molto di più a uscirne.

Le politiche pubbliche, finora, hanno faticato a intercettare questa complessità. Il problema non è unico, le soluzioni non possono esserlo. Servono strategie diverse per chi cerca lavoro, per chi è disponibile ma non cerca, per chi è invisibile e anche percorsi che tengano conto dei carichi di cura per le donne, della distanza geografica per il Sud, della fragilità di chi ha avuto solo esperienze intermittenti.

Non basta dire che il fenomeno è in calo. È vero, ma è una mezza verità. La riduzione complessiva rischia di nascondere le sacche di resistenza più dure: le ragazze del Sud che dopo i 25 anni non trovano spazio né nel lavoro né nella formazione. I giovani con titoli di studio che non corrispondono alla domanda del mercato. Quelli che hanno lavorato così tanto in nero da non avere più voglia di cercare un impiego regolare.

La sfida dei prossimi anni non sarà tanto abbassare la percentuale complessiva, quanto intervenire su queste sacche. Perché un 20% di NEET tra i 25 e i 29 anni non è un problema statistico: è una ferita sociale che si allarga ogni anno che passa. È una generazione che rischia di arrivare ai trent’anni senza un’identità professionale, senza autonomia, senza prospettive. E questo non è un costo solo per loro, ma per tutto il Paese.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »