Naufragio di Cutro, il contrammiraglio Sciarrone: «La Finanza rifiutò il nostro aiuto»
Nel processo sul naufragio di Cutro la testimonianza del contrammiraglio Sciarrone, vertice della Guardia costiera calabrese
CROTONE — «Se avessi saputo a mezzanotte e un quarto che la Guardia di Finanza aveva un problema, avremmo inviato un mercantile in zona o disposto l’uscita di una motovedetta di supporto». Lo snodo cruciale della notte del naufragio di Steccato di Cutro si consuma in aula, davanti al Tribunale penale di Crotone. A riaprire le falle nella catena dei soccorsi è il contrammiraglio Giuseppe Sciarrone, comandante marittimo regionale.
Il principio di precauzione
Rispondendo alle domande del sostituto procuratore Matteo Staccini, l’alto ufficiale della Guardia Costiera ricostruisce tutta una serie di comunicazioni interrotte, rifiuti di supporto e valutazioni basate su previsioni meteo che avrebbe dovuto far scattare quel «principio di precauzione che l’Italia ha elaborato». Sciarrone sgombra il campo da equivoci sul finale di quella rotta, respingendo l’idea che l’approdo naturale di un target simile a quello avvistato da Frontex potesse essere la spiaggia. «Lo spiaggiamento non è la conclusione di operazioni della Capitaneria e della Finanza, è un’eventualità che non riteniamo preferibile; si deve effettuare l’intercetto. Lo spiaggiamento notturno poi è particolarmente pericoloso».
«Per me Spanò è un agente modello»
Il dibattito in aula si è sviluppato anche sull’espressione «mare permettendo», adottata dall’operatore della Guardia di finanza, che spinse l’allora capo turno della Sala operativa della Guardia costiera di Reggio Calabria, Domenico Spanò, a muoversi d’anticipo, offrendo apertamente due assetti alternativi, da Roccella e da Crotone. «Per me Spanò è un agente modello», ha detto il contrammiraglio. «Spanò pensava che il dato fosse giusto, che la Finanza avrebbe aspettato sottocosta mare permettendo: era questo il quadro che gli veniva rappresentato».
Il rifiuto dell’offerta di aiuto
L’offerta di aiuto, tuttavia, trovò un cancello chiuso. La Guardia di Finanza respinse il supporto, confermando che l’operazione restava confinata nell’alveo del law enforcement. Sciarrone ricorda come in passato fosse capitato un caso in cui la Finanza avesse chiesto collaborazione alla Capitaneria per un’operazione di polizia (con l’invio di una motovedetta da Crotone), ma in quella tragica notte le cose andarono diversamente. «Le parole della Guardia di finanza chiusero l’interlocuzione con la Capitaneria», osserva il contrammiraglio.
Sollecitato a chiarire il termine «pretesa», usato durante l’interrogatorio reso in fase d’indagine come persona informata sui fatti, Sciarrone ha precisato che «Pretesa è un termine non corretto, una sintesi». Una formula «non elegante» che però traduceva la legittima «rivendicazione quale rappresentante legale della Capitaneria di avere dati certi, poiché – ha aggiunto – abbiamo assunto decisioni sulla base delle cose che ci sono state dette».
Nel corso del controesame, sollecitato dalle domande degli avvocati delle parti civili Lidia Ricchio e Marco Bona, Sciarrone si è soffermato sulle capacità tecniche dei pattugliatori. «L’onda era alta 2 metri all’interno del range mare 4». La Capitaneria intervenne con una motovedetta di classe 700, «meno performante delle classi 300». Sulle capacità dei mezzi della Finanza, l’ammiraglio ha osservato che «Se la motovedetta di classe 5000 della Finanza era in mare poteva navigare, ricordo potesse operare con mare 4».
Una precisazione, però, è d’obbligo, secondo Sciarrone: «noi comunque parliamo sulla base di previsioni, o parliamo dopo, altro è il mare reale». E mentre il presidente del collegio, Alfonso Scibona, fa notare che altre ricostruzioni accreditano i mezzi della Guardia costiera come ben più attrezzati rispetto a quelli della Finanza, Sciarrone ammette che «Le unità navali della Capitaneria sono più performanti. Se quelli della Finanza se non sono riusciti a tenere il mare ne prendo atto». Di certo, se i pattugliatori fossero usciti, «avrebbero potuto raggiungerlo» il battello che si muoveva sottocosta con un carico di migranti tragicamente naufragato.
La linea della Finanza e la centrale di Pratica di Mare
Il dibattimento fa poi luce sul versante della Guardia di Finanza attraverso la deposizione del colonnello Giacomo Di Cosimo, ICC coordinator e comandante del Coan di Pratica di Mare. Rispondendo alle domande degli avvocati difensori Alice Massara e Liborio Cataliotti, Di Cosimo taglia corto: «Non era evidente il trasporto irregolare di migranti. L’Eagle 1 aveva volato in quell’area nei giorni precedenti, non rilevando nessun target».
A chiudere il cerchio è il maggiore Antonio De Maria, anch’egli in servizio al Coan di Pratica di Mare all’epoca dei fatti. È lui a confermare in aula che il primo a metterlo in allerta fu il maresciallo Walter Vincenzo Pascalicchio, l’esperto della Guardia di Finanza distaccato nel team di Frontex a Varsavia. «È stato il primo a riferirmi che ci fosse un’imbarcazione con determinati dati cinematici». Notizia trasmessa tempestivamente alla sala operativa e inoltrata al Gan di Taranto.
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La segnalazione in presa diretta del finanziere Pascalicchio
«La prima comunicazione è delle 22.57. Fu fatta per velocizzare le informazioni sul fatto che nello Jonio ci fosse un’unità segnalata da Frontex», spiega De Maria, ricordando che l’analista «ha mandato anche l’immagine dell’imbarcazione, anche questa comunicata a tutta la linea di controllo, prima che arrivassero le mail alle sale operative». In quello scambio febbrile venivano richiamati il «terremoto in Siria» e la «risposta termica» registrata dalla telecamera, sebbene si trattasse di una barca «non comunemente usata per immigrazione», valutando anche la «possibilità di un’utenza telefonica intercettata dal sistema dell’aereo» (Flying Fish) e la necessità che l’imbarcazione andasse «valorizzata sotto l’aspetto tecnico-operativo anche se escludeva migranti».
Il retroscena del “compitino” di Varsavia
Nel luglio scorso il pm Staccini ha interrogato alcuni operatori Frontex tra cui Pascalicchio, che scavalcando i tempi asettici dei rapporti ufficiali trasmise l’immagine del target e l’avvertimento sui sospetti legati al contesto del terremoto in Siria e all’utenza telefonica intercettata dal sistema satellitare dell’aereo. Abbiamo già riferito di quella freddezza dei registri standard che, nei verbali depositati dal pm, lo stesso Pascalicchio aveva bollato come un deludente «compitino», ritenendo asettica l’espressione “possibili persone a bordo”. Tessere di un mosaico che, tra verbali e dichiarazioni d’aula, continua a svelare lo scarto profondo tra la burocrazia dei bollettini ufficiali e la drammatica consapevolezza che viaggiava sottotraccia nelle chat degli operatori.
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