Narcotraffico, definitiva la condanna a 16 anni per il reggino Bifulco
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni di reclusione per Pasquale Bifulco, 50 anni, originario di Careri, imputato in uno dei filoni dell’inchiesta antidroga “Buongustaio 2010”. Secondo la Dda di Reggio Calabria, Bifulco avrebbe ricoperto un ruolo di vertice nell’associazione internazionale dedita al traffico di cocaina, agendo come promotore, organizzatore e finanziatore.
La Sesta sezione penale ha fondato la propria decisione soprattutto sulla piena utilizzabilità delle chat acquisite dagli investigatori. I giudici hanno ribadito un principio consolidato: la rogatoria internazionale è necessaria solo quando l’attività di intercettazione richiede operazioni da svolgersi fisicamente all’estero.
Quando, invece, le captazioni possono essere effettuate dal territorio italiano non si configura alcuna violazione della sovranità di altri Stati e non è necessario attivare procedure di cooperazione giudiziaria. La Corte ha inoltre chiarito che la rogatoria non è obbligatoria neppure nella fase successiva, quella cioè dell’acquisizione del contenuto delle comunicazioni conservate all’estero, qualora tali dati siano di pubblico dominio o vengano messi a disposizione dal legittimo detentore, pubblico o privato.
Gli avvocati Antonio Speziale e Giuseppe Russo, difensori di Bifulco, che si troverebbe in Sudamerica, hanno annunciato un approfondimento tecnico-giuridico sulla questione dell’utilizzabilità delle chat. All’esito dell’analisi, non escludono il deposito di un ricorso straordinario. Bifulco, dopo un periodo di irreperibilità, era stato arrestato in Perù. Nel 2015, tuttavia, i giudici peruviani ne avevano disposto la scarcerazione per decorrenza dei termini mentre era in attesa dell’estradizione verso l’Italia. L’inchiesta, condotta dal Goa della Gdf di Catanzaro e coordinata dalla Procur antimafia reggina, con la collaborazione di procure brasiliane, aveva colpito quella che gli investigatori definirono «una delle più potenti e organizzate reti di traffico internazionale di cocaina».
Il filone italiano riguardava un presunto sodalizio legato a famiglie operanti nella fascia ionica reggina, in particolare nell’area di Natile di Careri, con diramazioni in Brasile e in diversi Paesi europei.
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