«Mio fratello Dino, morto a Rigopiano. Sotto la neve 8 ore, chiamò 100 volte»

OSIMO – Corte d’appello di Perugia, mercoledì 11 febbraio. Nove anni dopo la tragedia. Dopo ore di camera di consiglio, il dispositivo viene letto in pochi minuti: tre condanne, cinque assoluzioni, due prescrizioni. Briciole rispetto a quanto è successo. I familiari si alzano dall’aula, non mancano momenti di tensione. Alessandro Di Michelangelo resta immobile. Alza lo sguardo verso l’affresco della Madonna col Bambino e comprende: non poteva più ovattare il dolore.
La storia
Suo fratello Domenico, per tutti Dino, agente delle Volanti in servizio a Osimo, è una delle 6 vittime marchigiane della tragedia di Rigopiano, in Abruzzo, l’hotel che il 18 gennaio 2017 viene travolto dalla valanga. Dino (41 anni) resta sepolto sotto la neve, ma quello che nessuno sa, è che prima di morire tenta di mettersi in contatto la famiglia ben cento volte, cento chiamate in otto ore. Le linee sono interrotte, non arriveranno mai. Quella stessa notte morirono altre 28 persone, tra loro anche la moglie Marina Serraiocco (36 anni). Samuele, il loro figlioletto di 7 anni, viene invece estratto vivo per miracolo dalle macerie.
L’angoscia
«Io sapevo tutto. Lo sapevano anche gli avvocati, ma non potevo parlare. Sono un poliziotto anche io e da servitore dello Stato, sapevo che c’era un processo da rispettare. Da figlio e zio, dovevo proteggere i miei genitori e il piccolo Samuele. Papà non ce l’ha fatta, non ha retto al dolore», racconta Alessandro. La sim del telefono di Dino viene ritrovata durante la bonifica dell’hotel. È intestata al Ministero dell’Interno. «Avevo letto le testimonianze dei sopravvissuti, i loro libri. Le autopsie parlavano genericamente delle cause della morte, asfissia, schiacciamento; le carte non parlavano però dei tempi. Potevo immaginare, poi è arriva la conferma». In quell’aula di Perugia, Alessandro è un uomo dello Stato che fa i conti con lo Stato e insieme, con un dolore troppo grande: quello della perdita di un fratello. Poliziotto come lui. «Io ho salvato centinaia di persone, persone che non conoscevo e che non ho più rivisto. Ma non sono riuscito a salvare mio fratello, quella mattina l’ho chiamato, più volte. Ma a quel numero non ha mai risposto nessuno». A Osimo era conosciuto per il suo modo discreto di fare servizio, per l’attenzione alle persone prima ancora che ai reati. «Ci chiamavano i poliziotti buoni, io rispondevo “Dino lo è molto più di me”. Ed era così, lui era molto più bravo di me». Oggi Alessandro vive a Chieti. «Io lavoro per me, e per lui. So che avrebbe voluto continuare». Samuele, che oggi ha 16 anni,, cresciuto da nonni e zii, non fa domande. «E noi non apriamo l’argomento – continua Alessandro – quando vorrà sapere, gli daremo risposte. Oggi è un ragazzo felice, e la nostra missione è continuare a fare in modo che sia sempre così». Per la famiglia Di Michelangelo, nessuna sentenza allevierà il dolore. Per Alessandro invece, quelle otto ore sotto la neve, sono un peso che non deve più portare in silenzio.




