Max Pezzali: «Sono sempre stato uno sfigatello, e ancora oggi aspetto la catastrofe che rimetta in equilibrio l’universo»
«Sono sempre stato uno sfigatello». Potrebbe sembrare una provocazione detta da Max Pezzali, ma non è una novità il suo sentirsi inadeguato in molti momenti della vita, nonostante sia uno degli artisti italiani che negli ultimi anni ha riempito più stadi e venduto centinaia di migliaia di biglietti. E invece è proprio da qui che parte il racconto del cantante degli 883 nell’intervista di Aldo Cazzullo e Andrea Laffranchi, pubblicata dal Corriere della Sera.
Il ragazzo con gli occhiali spessi
Max Pezzali torna con la memoria agli anni dell’adolescenza a Pavia. Prima dei concerti, delle classifiche e delle canzoni diventate colonna sonora di più generazioni, c’era un ragazzo che si sentiva invisibile. «Da ragazzino ero il classico nerd», racconta. «Occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti». Mentre i compagni inseguivano mode e relazioni, lui passava il tempo tra modellismo militare e passioni considerate poco interessanti dai coetanei.
L’inadeguatezza, racconta, è rimasta una compagna di viaggio anche dopo il successo. «In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa di tutto per la testa». C’è ancora la sindrome dell’impostore, la sensazione di non meritare davvero ciò che è arrivato.
Il successo e la paura che finisca tutto
Paradossalmente, più il successo cresce, più riaffiora la paura che possa svanire da un momento all’altro. «Ho sempre pensato che non sarebbe durata a lungo», continua. «Anche adesso sono in attesa di una catastrofe imminente che rimetta le leggi dell’universo in equilibrio».
Una frase che racconta bene anche il motivo per cui le sue canzoni continuano a parlare a più generazioni: ragazzi normali, amicizie, figuracce, amori sbagliati e sogni di provincia.
Gli anni Novanta e il mito che non risponde più
Tra i ricordi più divertenti dell’intervista c’è quello che ha ispirato Sei un mito, uno dei brani più celebri degli 883. Era il 1992, l’anno di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Tra Riccione e una Pavia deserta d’estate, una ragazza che sembrava irraggiungibile accetta finalmente di uscire con lui. «È andata bene. Ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire».
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