Economia

Manovra e mancette elettorali: “le termiti” che erodono il bilancio dello Stato


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Buona lettura,

Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

Le “termiti” continuano a erodere il bilancio dello Stato. E lo fanno dal suo interno. Così vengono chiamate le tax expenditures dagli economisti che ogni anno, da dieci a questa parte, compilano l’elenco di quelle eccezioni al pagamento delle tasse che fanno dell’Italia un campione mondiale.

Il documento. Il Rapporto annuale sulle spese fiscali ha calcolato che il buco dei mancati versamenti o abbuoni per il 2026 sarà di 129,7 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 118,9 miliardi dell’anno precedente. Un importo pari a sei manovre fiscali messe insieme.

La manovra pre-elettorale. L’ammanco fa ancora più impressione nei giorni in cui il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, si affanna a cercare le coperture per una manovra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 23 miliardi di euro.

E in cui tutti i partiti di maggioranza non fanno altro che aggiungere deroghe su deroghe nelle loro proposte per quella che sarà l’ultima legge di bilancio prima delle elezioni.

Più volte il ministro dell’Economia ha ribadito la volontà di razionalizzare le tax expenditures, ma non è mai andato oltre le parole.

Le nuove proposte. Il suo partito, la Lega, propone addirittura di incrementarle. In particolare, Matteo Salvini ripete come un disco rotto che le agevolazioni fiscali per le partite Iva debbano salire da 85mila a 100 mila euro.

Il regime forfettario consente alle persone fisiche, in genere professionisti, di non addebitare l’Iva ai propri clienti e di pagare solo il 15% di tasse, senza rispettare i normali scaglioni Irpef.

Inizialmente l’aliquota era applicabile per chi aveva un giro di affari fino 65mila euro, poi alzato nel 2022 a 85mila euro, un limite che si vorrebbe portare, se non in questa in una delle prossime manovre, a 100mila euro.

Con i vecchi limiti, questo giochetto, secondo i numeri contenuti nel Rapporto annuale sulle spese fiscali, costa all’Erario ben 3,5 miliardi di euro l’anno di mancate tasse.

Forza Italia non è da meno. Oltre a una no tax area per gli under 30, il partito di Tajani insiste sul taglio dell’Irpef per il ceto medio, estendendo l’aliquota del 33% alla fascia di reddito tra 50mila e i 60mila euro (invece dell’attuale 43%).

Il costo stimato per lo Stato sarebbe tra i 2,7 e i 3 miliardi di euro l’anno.

Fratelli d’Italia. Ma il record di nuove tax expenditures spetta al partito della premier. La prima è estendere la cedolare secca al 21% agli affitti di immobili commerciali, da abbassare al 10% nei centri metropolitani.

Oggi questa agevolazione per le normali abitazioni crea già un buco da 3,3 miliardi l’anno, destinato ovviamente a crescere se estesa anche ai negozi.

Sul fronte del lavoro, Fratelli d’Italia propone di aumentare la deduzione dalle tasse che le imprese possono attuare quando assumono i giovani lavoratori sotto i 30 anni o categorie da proteggere come le donne con figli o i disabili.

Attualmente le imprese possono detrarre fino al 130% del costo del dipendente, una concessione che costa allo Stato 1,3 miliardi di euro.

La premier suggerisce di portare questa deduzione al 130-140% di base e di alzarla fino al 180% per le madri lavoratrici.

Ma le proposte di Fratelli d’Italia non si fermano qui e vanno dalla flat tax al 5% sui redditi dei neoassunti under 35 alla tassazione sempre al 5% degli aumenti salariali dovuti ai rinnovi contrattuali fino alla detassazione delle tredicesime.

Per non parlare poi della cancellazione del bollo auto fino a 80kw che toglie allo Stato 2,3 miliardi sui 7,5 miliardi di gettito garantito dalla tassazione delle auto.

Non tutto il male vien per nuocere. Premesso che alcune proposte possono essere auspicabili e condivisibili, la saga delle tax expenditures è tuttavia lungi dal ridimensionarsi e dal perdere quella connotazione elettorale che la contraddistingue.

Prima di introdurne di nuove, o almeno contestualmente, andrebbe rivisto l’intero sistema per creare quella razionalizzazione di spesa che oggi manca, dandogli magari anche un senso distributivo.

Il trend. Dal 2022 ad oggi, invece, sebbene le agevolazioni siano numericamente scese, il conto per lo Stato non ha fatto altro che aumentare e questa manovra che il governo si appresta ad approvare non è da meno.

Limitandosi alle misure erariali, senza dunque le agevolazioni fiscali locali, quando si è insediato il governo Meloni erano in vigore 626 tax expenditures contro le 573 attuali.

Eppure, il minor gettito per le casse dello Stato è cresciuto da 82,6 a 118,9 miliardi, con la prospettiva di salire ulteriormente nell’anno in corso a 129,7 miliardi di euro.

Le spese più conosciute. Nella categoria delle spese fiscali rientrano molte voci che chi compila il 730 conosce alla perfezione. Si va dagli sconti per le spese sanitarie, agli interessi sul mutuo, da quelle per gli animali domestici alle tasse per la scuola dei figli fino ai funerali.

Quelle meno conosciute. Ma ve ne sono molte altre di cui non si immagina nemmeno l’esistenza e sono talmente tante e mirate che gli esperti del Mef non esitano a chiamarle dei veri e propri favori elettorali che riguardano ogni settore, dall’agricoltura ai trasporti, dalle imprese alle banche, dalla casa alle persone fisiche fino alle varie associazioni no profit.

Il primato italiano. L’Italia ha un primato nelle tax expenditures, non tanto in percentuale sul Pil, quanto in numero di voci, che sono parecchie, con un importo basso, se non a volte trascurabile, e con pochi e mirati beneficiari.

Ben 139 misure fiscali hanno un costo in termini di gettito inferiore ai 10 milioni e altre 143 sono definite trascurabili. Insieme valgono poco, ma tradiscono la loro natura clientelare.

Poche ma pesanti. Sono invece 23 le voci che hanno un peso superiore al miliardo di euro, rappresentano solo il 4% delle tax expenditures, ma impattano complessivamente per 108 miliardi sui conti del Tesoro.

La classifica. Dividendo le agevolazioni in base alle Missioni del bilancio dello Stato e calcolando gli effetti finanziari in termini di mancato gettito, per il 2026 risulta che la Missione con un costo maggiore è la numero 19, “Casa e assetto urbanistico” con circa 71,7 miliardi di euro, seguita dalla Missione 26, “Politiche per il lavoro” con un passivo di 17,3 miliardi di euro e dalla Missione 11, “Competitività e sviluppo delle imprese” con circa 12,3 miliardi di euro.

Seguono le Missioni 24, “Diritti sociali, politiche sociali e famiglia” con circa 7,6 miliardi di euro, la Missione 20, “Tutela della salute” con circa 6,5 miliardi di euro e la Missione 29 “Politiche economico- finanziarie e di bilancio e tutela della finanza pubblica” con circa 3,2 miliardi di euro.

Il settore più agevolato. Il primato negativo spetta dunque alla Casa, dove, oltre alla cedolare secca (3,3 miliardi) e agli interessi sui mutui per la prima casa (1,3 miliardi), incidono soprattutto i vari bonus edilizi che sono stati rinnovati, e solo in parte ridotti, dai governi che si sono succeduti.

Per il 2026, l’Ecobonus pesa per 15,2 miliardi, il Superbonus per 16,9 miliardi, le ristrutturazioni per 10,8 miliardi, il Sisma bonus per 10,1 miliardi, il bonus facciate per 2,8 miliardi, una valanga di soldi che dovrebbe far riflettere prima di introdurre una qualsiasi nuova tax expenditures.

La proiezione. Nei prossimi due anni, basterebbe stare fermi. Se non venissero rinnovati gli sconti nelle manovre 2027 e 2028, il buco nei conti dello Stato dovuto ai bonus edilizi dovrebbe passare dai 53,1 miliardi del 2026 ai 15,1 miliardi del 2028.

Political economy. Porre un freno alle tax expenditures, razionalizzandole, è un obiettivo che dovrebbero avere tutti i governi, perché oggi la “political economy” delle spese fiscali ha poco a che fare con obiettivi tributari, distributivi o di efficienza.

Sono per lo più, secondo gli stessi esperti del Mef, “un sussidio tributario – che equivale a una spesa diretta – che emerge nel processo di scambio con i gruppi di pressione”. Insomma mancette elettorali.

Il danno. “Le tax expenditures sono vere e proprie termiti che possono lentamente logorare la struttura dei sistemi tributari”, ha scritto più volte il gruppo di lavoro guidato dal professore Mauro Marè.

“Se non si interviene con misure adeguate, le termiti indeboliscono il funzionamento di qualsiasi sistema tributario, lasciando come opzione ai vari governi solo quella di aggiungere ai regimi promossi dal governo precedente, altri regimi di favore per le varie constituencies. Le spese fiscali creano un’elevata dipendenza da cui è complicato liberarsi”.

Per uscirne serve un’azione mirata e organica che, con un debito al 138% del Pil, non possiamo più rinviare.


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