Mads Mikkelsen su Netflix, tra confusione e violenza gratuita: un grande attore finito nel film sbagliato
Ci sono film che ti fanno chiedere cosa sia passato per la testa degli attori quando hanno firmato il contratto. Polar, thriller d’azione diretto da Jonas Åkerlund e disponibile su Netflix dal gennaio 2019, è esattamente uno di quei casi. Mads Mikkelsen, interprete di classe cristallina che ha portato profondità a blockbuster hollywoodiani e film d’autore di Thomas Vinterberg e Susanne Bier, si ritrova qui protagonista di un’opera che sembra uscita direttamente dai meandri più oscuri del mercato direct-to-video degli anni 90. E non nel senso nostalgico della cosa. La premessa potrebbe funzionare sulla carta. Duncan, soprannominato il “Black Kaiser”, è uno dei più letali sicari al mondo. Sta per compiere 50 anni e non vede l’ora di andare in pensione. Il problema è che il suo datore di lavoro, Blut (interpretato da Matt Lucas), ha altre intenzioni. Il sindacato degli assassini offre ai propri dipendenti un pacchetto pensionistico milionario, e Blut ha escogitato un piano tanto geniale quanto spietato per non pagarlo: assumere i sicari più giovani per eliminare quelli prossimi alla pensione.
Una satira feroce del capitalismo aziendale americano che taglia i fondi pensione e costringe i lavoratori al prepensionamento. In teoria, una trovata intelligente. Ma Polar non è interessato a sviluppare questa critica sociale. Il regista Jonas Åkerlund, nome di spicco nel mondo dei videoclip musicali, soffoca qualsiasi intuizione interessante sotto un diluvio incessante di sangue, budella e violenza talmente esplicita da rasentare il grottesco. Il film è tratto da un webcomic e da una graphic novel di Dark Horse, e le sue radici fumettistiche si manifestano attraverso schermate di presentazione dei personaggi in stile grafico, costumi stravaganti e una violenza iperbolica che sulla pagina stampata potrebbe risultare stilizzata, ma sullo schermo diventa semplicemente insopportabile. La trama si trascina seguendo un gruppo di cinque assassini che attraversano l’America, visitando ogni indirizzo conosciuto di Duncan e massacrando chiunque si trovi sulla loro strada. Un approccio che, oltre a essere eticamente discutibile nella sua rappresentazione gratuita, risulta anche narrativamente inefficiente.
Il vero problema di Polar non è solo la violenza grafica in sé, ma il fatto che questa violenza non abbia alcun senso. Le sequenze di assassinio sono così prolisse, mal costruite e illogiche da richiedere una sospensione dell’incredulità totale. Tutto questo solleva anche questioni più ampie sulla regolamentazione dei contenuti su Netflix. A differenza delle produzioni cinematografiche tradizionali, le valutazioni per i film Netflix sono determinate dalla piattaforma stessa o da organizzazioni locali non meglio definite. È un sistema meno rigido, che rende più facile per minori aggirare le restrizioni dei profili e accedere a contenuti esplicitamente violenti o sessuali. Polar rappresenta un caso emblematico di questa zona grigia normativa. Mads Mikkelsen fa del suo meglio, portando gravità e presenza scenica a un materiale che semplicemente non le merita. Il suo Duncan ha momenti di introspezione silenziosa, flashback onirici che suggeriscono profondità psicologica, ma sono perle gettate ai porci in un contesto che preferisce lo spettacolo della carneficina alla caratterizzazione.
Viene da sperare che l’attore danese sia stato almeno pagato generosamente per prestare il suo talento a questo progetto. Appartiene a una classe di cinema completamente diversa, e vederlo in Polar è come assistere a Daniel Day-Lewis in un film di Steven Seagal. Polar è un prodotto confuso, incapace di decidere se essere una riflessione esistenziale sul mestiere dell’assassino, una satira del capitalismo corporativo, un fumettone ultraviolento o un thriller psicologico. Finisce per non essere nulla di tutto questo, solo un’accozzaglia di scene gratuitamente esplicite tenute insieme dalla carisma sprecato di un attore che meritava molto di più.
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