Madonna – Confessions II | Indie For Bunnies
Una Madonna velata troneggia sulla copertina di “Confessions II”, l’atteso ritorno sulla pista da ballo della popstar americana. Un’immagine particolarmente potente che sa comunicare più di mille parole. La posa plastica, il volto leggermente celato dietro l’organza viola: il corpo della cantante statunitense si trasforma in una statua da venerare.

L’icona non ripudia la fisicità – d’altronde, stiamo parlando di una material girl – ma la eleva a un livello mistico, ponendo sé stessa al centro di tutto nel ruolo di sacerdotessa delle danze. Lontani sono i tempi del dinamismo immortalato sulla cover di “Confessions On A Dance Floor”, ovvero il prequel di questo album col quale condivide il concept principale (l’omaggio al vasto mondo della musica dance) e il produttore (Stuart Price).
Per la Madonna di oggi – immobile, quasi glaciale col suo impenetrabile sguardo – l’idea di ballare va oltre il semplice movimento ritmico. Oltre lo sfregarsi frenetico e lascivo di corpi sudati, tasselli di un assembramento umano che ondeggia sui battiti di note sparate da impianti audio ad alta potenza.
Continua naturalmente a esaltare questi aspetti più “terreni” ma, stringi stringi, preferisce condurre i giochi osservando dall’alto, restando chiusa in una dorata cabina di regia dove riesce a guardare il passato e il futuro della dance. Più il passato che il futuro, a essere onesti.
Madonna, nonostante lo status semi-divino ormai raggiunto da decenni, non si è mai realmente adagiata sugli allori per quanto riguarda il lavoro di ricerca sonoro. Anche nel precedente “Madame X”, poco amato dal pubblico e dalla critica, c’era un approccio interessante e abbastanza personale al pop latino. In “Confessions II” torna a lavorare su materiale squisitamente dance col piglio di chi vuole effettivamente comunicare qualcosa di valido e incisivo.
Il problema di fondo è che, a differenza del suo predecessore, qui non si avvertono i prodromi di una rivoluzione pop. “Confessions On A Dance Floor”, con il suo ottimo equilibrio fra ritmo e melodia, aveva in qualche modo anticipato il successo colorato e divertente della Lady Gaga di “The Fame”.
“Confessions II” è per molti aspetti un lavoro più raffinato ed elegante ma non ha quello che non dovrebbe mai mancare in un album dance pop di altissimo livello: i singoli davvero potenti, ovvero quei brani epocali in grado di segnare un periodo (lungo o breve che sia).
Se la discoteca diventa un oracolo, si perde il contatto con un mondo reale che è fatto anche di quella semplicità che, in questo contesto, si risolve nell’immediatezza che contraddistingueva i ritornelli di brani come “Hung Up”, “Sorry” e “Jump”. “Confessions II”, nel suo voler esaltare a ogni costo l’esperienza del dancefloor, tradisce un filo di pretenziosità che solo l’ottimo lavoro sonico svolto da Madonna e Price riesce a tenere nascosto.
Le influenze EDM, house, disco e downtempo aggiungono spessore e fascino a un disco che, in larga parte, riserva il meglio alle prime posizioni: “One Step Away”, “Danceteria” e “Bring Your Love”, interpretata in duetto con Sabrina Carpenter, sono canzoni validissime che lasciano il segno.
Con le atmosfere latinoamericane di “Read My Lips” il livello di qualità inizia a farsi altalenante, con l’attenzione che si riaccende solo quando sembra di ritrovare le notturne atmosfere deep house di “Erotica” (“My Sins Are My Saviour”, un altro duetto di alto livello con Stromae).
Nel complesso l’album non delude le aspettative, e sicuramente ci restituisce una Madonna più ispirata rispetto al recente passato. Ma, come spesso accade, il sequel è inferiore all’originale, e difficilmente aprirà una nuova fase creativa nella carriera di un’artista ormai pienamente a suo agio sul piedistallo di monumento vivente. E se la vita deve essere un eterno ritorno al passato, perché non sondare la possibilità di nuove collaborazioni con Patrick Leonard o William Orbit? A me piacerebbe ascoltare un “Like A Prayer II” o un “Ray Of Light II”.
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