Politica

macinava il repertorio con una sensibilità popolare che nessun altro ha saputo fare

Non sappiamo in quanti hanno seguito Francesco Guccini – morto oggi 6 agosto a 86 anni – nei suoi concerti. Quando ancora non avevano cominciato a tirarlo per il camicione per ogni tipo di intervista (pratica non proprio tra le sue preferite), il Guccio si raccontava, e raccontava, spirito e idealità, nel focolare osteria del suo palco. Burbero e brusco come isolamento montanaro voleva, in mezzo ai suoi musici era diventato nel tempo un chiacchierone, uno che sparava battute sagaci tra un brano e l’altro, battute che nell’evo di Berlusconi erano diventate grappoli di costante e divertito dileggio.

Negli attimi appena dopo la sua dipartita, dare un taglio sul “Maestrone” privato non avrebbe né senso né rispetto se non attraverso la sua messa cantata, in quel suo rito collettivo, simbolico stage diving che nelle note della Locomotiva si trasformava in un corale sentito adorante crowd surfing. Diverso da tutti gli altri cantautori Guccini nei live lo era per principio e anagrafe. In fondo è negli anni ottanta con i Nomadi che comincia a macinare con impeto date su date.

E il Guccio negli anni ottanta andava già verso i cinquant’anni. Insomma, la performance era tutta concettuale, o se si vuole fraternamente intellettuale. Ovviamente non era Iggy Pop, ma nemmeno De Gregori o De Andrè. Guccini macinava il repertorio con una singolare e curiosa sensibilità popolare che nessun altro ha saputo fare come lui.


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