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L’orco e la preda: Marc Bloch, lo storico che morì per la Francia

Ottantadue anni fa, il 16 giugno del 1944, Marc Bloch veniva fucilato dalla Gestapo perché ebreo e maquisard, uno dei tanti che avevano svestito l’uniforme per prendere le distanze dalla Francia di Vichy, e combattere i nazisti. Due giorni fa, il suo feretro e quello di sua moglie, Simonne Vidal, morta in un ospedale due settimane dopo, senza avere notizia alcuna del tragico destino del marito, sono stati idealmente traslati nel Pantheon di Parigi sulla spalla ferma dei militari e della Guardia Repubblicana che, incedendo con passo marziale, hanno portato il ricordo vestito di tricolore attraverso un corridoio di cittadini commossi, mentre un coro di bambini e bambine, non dissimili dall’interlocutore ideale a cui lo storico aveva rivolto l’introduzione del saggio incompiuto e pubblicato postumo, “Apologia della Storia”, intonavano la Pavane di Gabriel Fauré.

Un momento solenne, per Parigi e per la Francia, che ci rammenta l’importanza del rito, della storia e dell’uomo che fa la storia, prima ancora di studiarla. Un uomo fatto di carne e ossa, passioni e istinti, ideali e coraggio; tutto ciò che lo rende preda perfetta per l’orco della fiaba reso celebre dall’analogia di Bloch: “Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda”, la vera preda dello storico che conosce il segreto più intimo del suo mestiere.

“Non essendo profeti, non avevamo previsto il nazismo. Ma eravamo certi che – con sembianze di cui confessavamo di essere incapaci di tratteggiare con precisione i contorni – un giorno la reazione tedesca sarebbe arrivata, alimentata dai rancori di cui le nostre follie moltiplicavano i semi, e che il suo scatenarsi sarebbe stato terribile”, scrisse Bloch del totalitarismo che aveva conquistato la Germania, nemica esistenziale della Francia con cui era rimasto un conto in sospeso dopo la Grande Guerra e l’occupazione della Ruhr.

Nato a Lione nel 1886 da una famiglia ebraica alsaziana, figlio di un blasonato professore di storia di cui seguirà le orme, Bloch non abbandonò mai i suoi piani, se non per un incidente di percorso della società che chiameremo Prima Guerra Mondiale. Nominato docente all’Università di Strasburgo nel 1919, dove divenne professore nel 1927 in un “clima intellettuale” che riteneva particolarmente stimolante, come aveva trovato stimolante il confronto con uomini mai visti, di tutte le estrazioni sociali e di tutte le parti della Francia, conosciuti nelle trincee dove le differenze, diceva, “non venivano appianate dalle parole ma dalle pallottole”. Proprio a Strasburgo, infatti, Bloch strinse un solido legame con il collega Lucien Febvre, cofondatore, nel 1929, della rivista che sarebbe diventata fondamentale per la storiografia francese e occidentale: gli Annales d’histoire économique et sociale. Docente più che capace, nel 1936 verrà chiamato a insegnare alla Sorbona di Parigi, dove era professore anche suo padre. Ma i tempi avversi, non renderanno facile la sua esistenza.

Ebreo, Bloch verrà licenziato e poi reintegrato nell’ambiente accademico solo per gli “eccezionali servizi resi alla Francia durante la Grande Guerra”, che non aveva piegato la sua sete di conoscenza, dedizione e volontà di comprendere la storia.

Arruolatosi nel 1914 come volontario, Bloch era stato assegnato al 272º Reggimento della Riserva di fanteria con il quale aveva combattuto tutte le grandi battaglie del fronte del Belgio: Ardenne, Argonne, Somme, fino alla grande offensiva della Mosa. Finì la guerra con il grado di capitano, decorato con la Legion d’Onore, la Croix de Guerre e quattro menzioni. Non senza fare tesoro di ciò che aveva visto con i suoi occhi al fronte. Attingendo alla sua esperienza bellica, mise su carta un’importante riflessione sulle “false notizie di guerra” e sulle credenze collettive che si ricollegavano al drammatico Affaire Dreyfus.

Medievista e antesignano nemico delle false informazioni che creano luoghi comuni e pregiudizi, Bloch era un uomo del suo tempo che rimase colpito dalla facilità con la quale nasceva e proliferava la disinformazione, le notizie fuorvianti che si rafforzavano attraverso “rappresentazioni collettive preesistenti”, e spiegava come l’errore si propagasse e amplificasse grazie a una determinata e particolare condizione: “trovare nella società in cui si diffonde un brodo di cultura favorevole. In quell’errore, gli uomini esprimono inconsciamente i propri pregiudizi, odi e timori, cioè tutte le loro forti emozioni”.

Nonostante l’esenzione, Bloch si arruolò nuovamente, a 53 anni, per difendere la sua Francia dopo l’invasione della Polonia. E venne aggregato al Comando supremo della Francia del Nord, di stanza in Piccardia. Di lì assisté alla “Strana Guerra” e alla fallimentare Campagna di Francia. Travolto dalla Blitzkrieg, si ritrovò a Dunkerque, imbarcato con le poche migliaia di soldati francesi che poterono fuggire nel Regno Unito, dove poteva restare, ma fece immediatamente ritorno in Francia per sua moglie Simonne e i suoi sei figli.

Prima di cadere vittima della sanguinaria caccia che trovò sfogo nell’estate del 1944, Bloch, che era già stato vittima delle leggi antiebraiche, umiliato durante il regime di Vichy e licenziato nel 1943 dopo l’occupazione tedesca del Sud, dove si era rifugiato, espulso dall’università dopo un ingiusto processo burocratico, con stipendi e pensione tagliati, conti bancari congelati e il appartamento parigino requisito, si trovo costretto – nonostante la sua illustre posizione – a passare alla clandestinità, per divenire, in forza delle sue idee, membro della Resistenza.

Reclutato a 57 anni da Maurice Pessis, un ventenne, entrò a fare parte della rete Franc-Tireur. “Sono il protetto di Maurice”, pare che esclamò al suo primo incontro con i compagni, sintomo di un sense of humor che a quanto pare non lo abbandonò mai, dalle trincee alla cella comune dove sconterà l’ultimo giorno di prigionia.

Se ai tempi della Sorbona gli era stato affibbiato il nomignolo Microméga, essendo figlio del maître de conferences soprannominato dagli studenti le Méga, tra i maquisard dei franchi-tiratori divenne noto con il nome di battaglia di Blanchard, Chevreuse e infine, con il più noto nome di Narbonne. Sebbene ci siano molte informazioni sulla sua attività con i maquisard, sappiamo che fu attivo nella regione di Lione, almeno fino all’8 marzo 1944, quando venne arrestato dagli uomini della Gestapo che rispondevano agli ordini dell’hauptsturmführer Klaus Barbie, il “Boia di Lione”, mentre si trovava sul ponte di Boucle.

Imprigionato a Montluc torturato per mesi e mesi dalle bande di collaborazionisti che erano alle dipendenze dell’Einsatzkommando di Barbie, non rivelò mai nomi, identità o informazioni che potessero mettere a repentaglio la rete segreta della Resistenza della quale era divenuto parte.

Dopo lo sbarco in Normandia, che i maquisards e le spie sostenute della Resistenza contribuirono a rendere un successo possibile, i tedeschi svuotarono le prigioni e mandarono a morire quanti più avversari, nemici e dissidenti fosse possibile. Per questo, insieme ad altri 29 prigionieri, Marc Bloch venne condotto, in un venerdì di giugno, in un campo di Saint-Didier-de-Formans, per essere fucilato.

All’amico Lucien Febvre aveva dedicato un pensiero nei giorni turbolenti della guerra e della disfatta: ”Siamo i temporanei vincitori di un’ingiusta sconfitta”.

Nell’orazione solenne ed estremamente toccante pronunciata dal presidente francese Emmanuel Macron durante la tumulazione nel Pantheon, non posso esimermi dal citare l’inizio: “Il 16 giugno del 1944, al crepuscolo, in un campo vicino a Lione, i nazisti giustiziarono i loro prigionieri. Trenta uomini di ogni estrazione sociale, fede e opinione. Un falegname, un sindacalista, un ferroviere, polacchi, membri della Resistenza, comunisti e, tra loro, un professore di storia, Marc Bloch”.

Per quanto io, personalmente, non riesca a trovare frase migliore, per condensare in poche righe lo spirito e il pensiero più puro dello storico cui tributiamo oggi questo breve articolo, di queste sue semplici parole: “Credevo nel futuro perché lo stavo scrivendo io stesso”. Ebbene questa era la carne di cui l’orco poteva fare preda per capire la storia. La carne più pregiata dell’umanità.


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