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“Lo straniero” film di Francois Ozon, dal romanzo di Albert Camus

In appena un mese mi è capitato di assistere ai due più recenti lungometraggi del regista francese più interessante oggi in attività. Lo scorso 11 marzo, al cinema Caravaggio, ho apprezzato moltissimo il suo penultimo “Sotto le foglie“, del 2024; nella serata di ieri sera, Pasqua, non nego di essere uscito sconvolto dalla visione, presso il nuovo cinema Aquila (al Pigneto), della straordinaria (sicuramente il vertice finora assoluto delle sue capacità di sceneggiatore e di regista) seconda – dopo quella di Visconti del 1968, con Mastroianni nel ruolo del protagonista – riduzione cinematografica del capolavoro di Albert Camus “Lo straniero, pubblicato da Gallimard nel 1942.

Ozon, con questa sua pellicola, ha dimostrato come sia possibile produrre un’opera d’arte con immagini e sequenze e dialoghi e silenzi, che sia essenzialmente autonoma e autosufficiente, pur rimanendo fedele, nello svolgimento del racconto, al modello letterario originale.

Il Mersault di Ozon non differisce affatto, se non per alcuni tratti esteriori (in particolare l’età anagrafica, senz’altro di una decina d’anni più giovane, e anche l’avvenenza del volto e del fisico) rispetto al personaggio camusiano: l’incapacità di stringere relazioni positive con gli altri, la visione ristretta squallida e in fondo priva di speranza sull’esistenza, la mancanza di qualsiasi afflato compassionevole nei confronti delle sofferenze umane, l’impossibilità di provare amore anche nei confronti della donna di lui perdutamente innamorata, la rinuncia consapevole al discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male.

Causa principale, quest’ultima rinuncia alla moralità, del suo insensato gesto omicida di cui è vittima una persona che, in fondo, egli neanche conosce e che non costituisce affatto un pericolo o tutt’al più una minaccia per la sua vita. Del resto, per Mersault, il confine, così come il diverso significato, tra vita e morte, è labile o, per meglio dire, indifferente. Mersault, in termini filosofici (più precisamente: di filosofia esistenzialistica) è la personificazione dell’individuo che, tra l’Essere e il Nulla, ha deciso per l’inconsistenza e la mancanza di senso dell’Essere e, di conseguenza, per lo svuotamento dell’Essere in quell’abisso che definiamo Nulla.

Un abisso che, nel corso di un’esistenza grigia e squallidamente mediocre, può provocare momenti di vertigine e di perdita di qualsivoglia autocontrollo, fino alla tragica ma inevitabile decisione di dare la morte ad un individuo qualunque, soltanto per provare l’ebbrezza (e l’effimera felicità) di una “tenera indifferenza del mondo”, da ripetere anche nell’attesa della propria morte.

Lo “straniero” di Ozon, fedele agli intendimenti e al racconto di Camus, non è altro che la trasposizione sul piano estetico-artistico, di una vera e propria ontologia, di una Weltanschauung schiettamente nichilistica, e l’immediato precursore di Mersault va ricercato in Ivan Karamazov, uno dei più sconcertanti personaggi creati dalla fantasia di Dostoevskij; quell’Ivan Karamazov che, infischiandosene di qualsiasi possibilità di una morale che abbia il suo fondamento nella ragione umana e nei suoi principi universali (Kant), teorizza che “tutto è permesso”, anche l’omicidio (in primo luogo il parricidio), se Dio non esiste. E questa identificazione di Mersault con Ivan viene plasticamente e “retoricamente” dimostrata nella sequenza più drammatica e angosciante del film: la visita del prete a Mersault, nella prigione, prima dell’esecuzione della condanna a morte tramite ghigliottina, il suo tentativo di convertirlo con la conseguente rabbiosa aggressione di Mersault.

Un’opera attesissima e riuscitissima, quest’ultima pellicola di Ozon, sia sul piano contenutistico (che si ripropongano tematiche di profondo significato filosofico-religioso non può che far bene, in un’epoca nella quale imperano l’effimero dell’intrattenimento e la brutalità dell’arroganza del potere) che sotto il profilo stilistico: notevole, a questo proposito, la scelta di un abbacinante e urtante bianco-nero, così come la dettagliata e quasi maniacale ricostruzione ambientale della grande città coloniale (Algeri con i suoi vicoli, il degrado edilizio e urbanistico, i forti contrasti interetnici tra indigeni e pieds-noirs, i suoi fumosi bistrots), la fotografia e il commento musicale.

Analogo riconoscimento spetta alla bravura degli interpreti, a partire dalla splendida Rebecca Marder (nella parte di Marie, la fidanzata di Mersault, inutilmente innamorata di un uomo incapace di amare e per il quale sposarsi o non sposarsi è la stessa cosa) e da Pierre Lottin (nel ruolo dell’amico “canaglia” Raymond), sempre più bravo nello sfruttare la sua innata versatilità, un attore quasi sempre presente in tutti i film più importanti girati in Francia in questi ultimi anni.

Sul giovane protagonista Benjamin Voisin: non si possono negare le sue doti attoriale, ma probabilmente, rispetto al Mersault camusiano (metafora stessa dell’indifferenza), egli ha rivelato qualche imprevisto varco al l’irruzione di incontrollate e inconsapevoli sottili “percezioni ed emozioni” che, in una certa impalpabile misura, lo distanziano dal suo paradigma letterario.

Da vedere assolutamente.

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