L’incredibile progetto del Red Sea Saudita: è questo il futuro dei viaggi di lusso?
Appena fuori dal Red Sea International Airport, costruito da Foster + Partners a forma di nido nel bel mezzo del nulla, la sensazione è di essere arrivati in un luogo che non c’era. Sabbia, terra, acqua e cielo azzurro sono lì da sempre, solo che fino a non molti anni fa non ci andava nessuno, almeno in vacanza. Oggi invece nel plateau color ocra dal quale sale leggera la foschia tipica dei posti molto caldi, si fa largo una larga strada asfaltata incorniciata da bouganville, con i cartelli pronti a indicare la direzione: da una parte il mare, dall’altra la montagna.
Benvenuti nel Red Sea Saudita, recita un cartello. Pensi a una Las Vegas nella provincia araba di Tabuk, lungo la costa nord-occidentale dell’Arabia che sale fino al confine con la Giordania. Invece basta poco per capire che nonostante le gru, nonostante le case di Turtle Bay sorte dal nulla in riva al mare per ospitare l’esercito di persone che lì oggi lavorano, dagli operai ai GM dei resort di lusso, nonostante il ponte appena terminato che collega la terraferma a Shura Island, un’isola artificiale in un arcipelago reale, nonostante tutto questo posto ti piace. E merita il viaggio.
I numeri del Red Sea Saudita: 50 resort, 90 isole, canyon, vulcani, wadi
Non lo puoi vedere tutto in un unico viaggio, il Red Sea Saudita: è un paradiso di 28.000 km quadrati che ospita uno fra i maggiori reef del pianeta, un arcipelago di 90 isole, canyon, vulcani, montagne, dune, wadi.
Entro il 2030, anno in cui il Paese ospiterà l’Expo, saranno terminati i 50 resort di lusso del Red Sea Global, l’ambizioso progetto di turismo rigenerativo che prende forma da precise misure ecologiche – energia al 100 per cento rinnovabile, più mangrovie, più coralli, più vita.
Al momento sono sei quelli aperti, tutti sul mare tranne uno, accoccolato sulle montagne brulle a una quarantina di chilometri nell’entroterra. Non lo vedi da lontano, Desert Rock: la jeep ti lascia all’imbocco di un canyon fra le rocce dei Monti Heyaz, e dal padiglione d’ingresso, con il tetto obliquo color sabbia appoggiato a un masso enorme, devi percorrere un sentiero a zig-zag contornato da fiocchi d’erba e lanterne che s’illuminano di sera. Come un percorso iniziatico verso la meraviglia della vita nel deserto.
Hotel & Resort PhotographyJohn Athimaritis
Il resort in montagna
A Desert Rock il personale veste in abiti sauditi, thobe per gli uomini, abaya per le donne, e ad accogliere gli ospiti con caffè al cardamomo e calorosi hawafa, parola araba che simboleggia il senso di ospitalità, c’è il direttore francese Thomas Combescot-Lepere. Scoprirai fra poco che ogni suite ha il suo maggiordomo, in carne ed ossa le più grandi, virtuale le altre: comunichi via whattsapp in qualunque lingua, «lui» traduce e in un lampo ti risponde in inglese. Thomas fa da anfitrione, raccontando aneddoti e accompagnandoti nel foyer, dove una terrazza spalancata sulla valle cattura in un colpo d’occhio le diverse anime del resort: «Quelle lassù sono le suite scavate nella montagna, un’area adults’ only, che vi consiglio di raggiungere in buggy perché il sentiero è tutto sotto il sole, e qui in estate si arriva a 40 gradi. A destra c’è la Royal Villa, in fondo la Spa, al centro la piscina e tutt’intorno, sempre fra le rocce, le altre ville costruite lungo il percorso di antichi fiumi o fra le rocce».
Source link

%2520copia.jpg)



