L’inchiesta su Zapatero è un brutto colpo, forse decisivo, per Pedro Sánchez
José Luis Rodríguez Zapatero è il primo ex Presidente del Consiglio indagato per traffico di influenze nella storia della democrazia spagnola. Un colpo, forse decisivo, per Pedro Sánchez.
L’attuale premier ha mostrato di saper navigare in acque difficili, mutando pelle a seconda delle circostanze e individuando gli alleati giusti per maggioranze parlamentari che hanno messo puntualmente nell’angolo i Popolari e l’ultradestra.
Stavolta all’angolo è finito il “sanchismo”. Zapatero era, ed è, politico amatissimo a sinistra, impegnato nelle campagne elettorali, sempre al fianco del Governo per spendere la sua storia fatta di impegno e credibilità; in fondo il suo secondo mandato si consumò per la crisi economica e per la ‘bolla immobiliare’, non per scandali di corruzione.
Sotto di lui nacque il movimento 15-M che portò alla irruzione sulla scena politica di Podemos, sembrava l’inizio della PASOK-izzazione del Partito Socialista spagnolo, una disintegrazione della storica formazione di sinistra che Zapatero seppe evitare. Le misure sull’austerity mantennero in piedi l’economia, il pareggio di bilancio in Costituzione, il tentativo – riuscito solo in parte – di arginare le spinte indipendentiste della Catalogna.
In buona sostanza, Pedro Sánchez è stato l’erede naturale di quel momento politico, se esiste come lo conosciamo oggi è perché prima di lui esisteva Zapatero. E l’ex premier è stato interlocutore privilegiato della galassia indipendentista catalana, con un ruolo chiaro nella formazione di un fragile governo di coalizione formatosi su due pilastri: la concessione della grazia e l’amnistia.
In questo contesto, le 90 pagine dell’atto di incriminazione di Zapatero appaiono segnare già una condanna politica, pur nel rispetto della sua presunzione di innocenza che ha valore costituzionale anche in Spagna.
La sinistra è di nuovo alla deriva. Pedro Sánchez invoca una indagine scrupolosa e veloce, riafferma la fiducia nel suo padre politico, ma sa bene che sarà arduo reinventarsi, come l’Arabe fenice, dopo una crisi come questa.
Sánchez ha fin qui corretto le debolezze del suo predecessore: se sotto Zapatero nacquero forze che sembravano capaci di scalfire la leadership a sinistra del Psoe, il presidente ha saputo affermarsi oggi come leader indiscusso del suo spazio politico e ha anche restituito il potere della Generalitat di Barcellona al Psc, i socialisti catalani. Ma non basta, la Spagna si sta spostando a destra: il partito socialista ha iniziato ad appassire nell’entroterra e nel sud. L’Andalusia, antico feudo di sinistra, ha confermato una spiccata tendenza a destra solo una settimana fa.
Dal 15-M all’incriminazione dell’ex Presidente sono passati 15 anni e la Spagna è diversa dall’epoca del movimento degli ‘Indignados’; oggi il Psoe deve resistere a scossoni che vengono dalle periferie, i nuovi germogli non hanno basi nazionali, come Podemos di Pablo Iglesias, ma attecchiscono in formazioni locali, con forte tendenza regionalista.
Il futuro politico di Pedro Sánchez è legato all’immagine di Zapatero: i pretesi traffici di influenze con imprese discutibili, la volontà di creare società a Dubai è troppo per un partito che si definisce socialista e operaio. Tuttavia se l’ex premier, come dice, saprà dimostrare la sua estraneità e uscire in tempi rapidi dall’indagine, non può escludersi che Sánchez dimostrerà, una volta di più, che saper rinascere è un’arte.
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