Limbadi, l’autobomba che uccise Matteo Vinci: per i giudici Rosaria Mancuso è l’ideatrice dell’attentato
La Corte d’Assise d’appello di Catanzaro ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale ha condannato alla pena dell’ergastolo Rosaria Mancuso, 68 anni, di Limbadi, per l’autobomba costata la vita al biologo Matteo Vinci il 9 aprile 2018 a Limbadi.
La sentenza arriva dopo un precedente annullamento con rinvio a opera della Cassazione che nel giugno 2025 aveva ordinato un nuovo processo di secondo grado al fine di meglio motivare il concorso nel reato di omicidio contestato a Rosaria Mancuso, posto che altrimenti la «mera connivenza non è punibile».
I giudici spiegano ora in sentenza che l’imputata è «colpevole oltre ogni ragionevole dubbio» avendo dato un «contributo morale di tipo rafforzativo» all’ideazione dell’omicidio di Matteo Vinci (e del grave ferimento del padre Francesco). Rileva poi il fatto che il «movente dell’azione delittuosa facesse capo alla Mancuso più ancora che al genero Vito Barbara», quest’ultimo già condannato in via definitiva all’ergastolo.
Per i giudici era Rosaria Mancuso «la persona direttamente interessata alle violente dispute per dei terreni confinanti con le proprietà dei Vinci e che costituirono la ragione dell’attentato» che non viene però fatto rientrare dai giudici in un delitto di mafia, ma in una vendetta privata per un pezzo di terra conteso da anni con la famiglia Vinci-Scarpulla. Rosaria Mancuso per i giudici «era al corrente della pianificazione dell’attentato, delle sue modalità, della sua tempistica e l’ha approvato». Rosaria Mancuso è la sorella dei boss Giuseppe, Diego, Francesco e Pantaleone Mancuso. La cosca Mancuso è storicamente tra le più importanti della ‘ndrangheta ed un ramo della stessa (quello facente capo al boss Luigi Mancuso) dopo l’attentato «si era dissociato dall’autobomba – si legge in sentenza – recandosi a casa dei Vinci-Scarpulla per porgere le condoglianze».
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