Cultura

Leaving Venice – Price Of Caring

Un riuscito amalgama di sentimenti e di shoegaze, i Leaving Venice attraversano questi tempi liquidi con la grazia inquieta di chi ha imparato a camminare sulle ferite. Non si limitano a osservare il mondo: gli passano attraverso, lo filtrano, lo superano. Si lasciano alle spalle i passi falsi di una realtà che inciampa, continuamente, su sé stessa e guardano oltre, là dove le forme sghembe delle verità, edulcorate e mistificate, si sgretolano sotto il peso della loro stessa fallace costruzione. Il loro sound è vivo, è febbrile, è un corpo pulsante: è l’incarnazione reale di tutto ciò che, troppo spesso, ci viene sottratto, nascosto, anestetizzato.

Credit: Riccardo Garenna

Le trame sonore si muovono lungo direttrici che sanno di casa e di vertigine assieme: un rock che conserva il sapore sincero dell’ultimo decennio analogico della musica, ma senza mai indulgere nella nostalgia sterile. Non c’è alcuna posa vintage, nessuna imitazione compiaciuta, ma tutto accade in maniera naturale, spontanea, come se quel suono fosse semplicemente il loro modo più autentico di respirare l’attualità, il quotidiano, il presente. Le linee vocali si intrecciano alle chitarre — fragili e luminose allo stesso tempo — creando aperture dream-pop che si spalancano come finestre in una stanza troppo a lungo chiusa. Le ritmiche incalzano, ma non opprimono: accompagnano, sospingono, invitano.

Ascoltare “Price Of Caring” significa entrare in una dimensione sospesa, fatta di ricordi rarefatti e di intuizioni ancora incerte, di idee che non chiedono di essere comprese subito, ma masticate, lasciate sedimentare, vissute fino in fondo. È un disco che non si concede mai completamente al primo ascolto, ma che cresce, si espande, si insinua. Come qualcosa che, una volta entrato, non ha più intenzione di andarsene. I semi erano stati piantati in un terreno caotico, fatto di errori, deviazioni, tentativi mancati. Hanno trovato spazio nel grembo buio della delusione, si sono nutriti di vuoti e di silenzi. E ora emergono sotto forma di riverberi e distorsioni, in un intreccio di melodie vocali che non cercano consolazione facile, ma aprono i necessari e salvifici spiragli. Ci esortano a guardare in alto, oltre i prodotti scontati, oltre le mode passeggere, oltre quell’inferno di droni e di rumori di fondo che occupano ogni spazio disponibile.

E allora resta una domanda, quasi un sussurro: cosa ci appartiene davvero?

Forse è proprio lì che il disco trova il suo centro più profondo. Nel gesto, quasi rivoluzionario, di riappropriarsi del tempo. Non quello imposto, scandito, obbligato, colpevolizzato, venduto — ma quello vissuto. Quello che scivola tra le dita solo se smettiamo di stringerle. “Price Of Caring” sembra suggerire che ogni istante sottratto alla distrazione tossica è un atto di vita, un piccolo ritorno alla musica e a sé stessi. Il tempo, in fondo, non è mai stato una linea da seguire, ma luoghi, persone, fatti, materia vivente che non è consumo. È riprendersi il controllo di ogni singolo istante, perché è nostro, perché è tuo, perché nessuno può davvero reclamarlo — a meno che tu non glielo conceda.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »