le sue 10 migliori canzoni politiche secondo Ultimate Classic Rock

Nel novembre del 2025, Bruce Springsteen ha parlato al gala annuale della New York Public Library, annunciando di voler scrivere più canzoni politiche. “Uno scrittore dà il meglio di sé quando ha qualcosa contro cui spingersi”, ha detto in quell’occasione (via njarts.net). “E in questi giorni, in questo Paese, per uno scrittore americano c’è moltissimo contro cui spingersi, ed è questo che mi ispira a fare in futuro”.
Non molto tempo dopo, Springsteen ha mantenuto la promessa pubblicando “Streets Of Minneapolis“, un nuovo brano ispirato alla morte di due residenti locali per mano degli agenti dell’United States Immigration and Customs Enforcement, comunemente noti come Icd. “È dedicata alla gente di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini immigrati e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good”, ha dichiarato in un comunicato. “Restate liberi. Bruce Springsteen”.
Il magazine Ultimate Classic Rock ha così pensato di dedicare una classifica a quelle che ritiene le migliori canzoni politiche di Springsteen, un cantautore che “non si è mai tirato indietro di fronte alla scrittura politica, cresciuto com’era ammirando il lavoro di Woody Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan e altri”.
“Naturalmente – prosegue il magazine – non esiste una definizione univoca di questo tipo di musica: di solito la riconosci quando la senti. E ci sono molte canzoni di Springsteen che, a seconda dell’interpretazione, potrebbero essere considerate politiche”.
Ecco allora la classifica delle migliori canzoni politiche di Springsteen, secondo Ultimate Classic Rock (qui il servizio completo).
1. “Lost in the Flood” – da “Greetings From Asbury Park N.J.” (1973)
2. “Born in the U.S.A.” – da “Born in the U.S.A.” (1984)
3. “Roulette” – B-side (1988)
4. “The Ghost of Tom Joad” – da “The Ghost of Tom Joad” (1995)
5. “Youngstown” – da “The Ghost of Tom Joad” (1995)
6. “American Skin (41 Shots)” – da “Live in New York City” (2001)
7. “Long Walk Home” – da “Magic” (2007)
8. “Jack of All Trades” – da “Wrecking Ball” (2012)
9. “We Take Care of Our Own” – da “Wrecking Ball” (2012)
10. “Death to My Hometown” – da “Wrecking Ball” (2012)
Di recente, Bruce Springsteen si è esibito a sorpresa a Minneapolis durante un evento di raccolta fondi in memoria di Renée Good e Alex Pretti, due cittadini uccisi da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) nel corso delle recenti tensioni in città. L’iniziativa, promossa da Tom Morello dei Rage Against the Machine nel locale storico First Avenue nel centro di Minneapolis, aveva già alimentato voci sulla possibile partecipazione del rocker nelle ore precedenti alla serata. Sul palco, Springsteen ha suonato con una frase ben visibile sulla sua chitarra: “Arrest the President”, accompagnando il pubblico con un set applaudito e intenso. Tra i brani proposti ci sono stati alcuni dei suoi pezzi più noti, inclusa “The Ghost of Tom Joad” eseguita insieme a Morello, e una versione suggestiva in solo voce e chitarra della nuova canzone di protesta “Streets of Minneapolis”, dedicata proprio agli esiti tragici delle proteste nella città.
Bruce Springsteen ha pubblicato “Streets Of Minneapolis” come reazione a ciò che ha definito “il terrore di stato che viene esercitato sulla città di Minneapolis”. L’artista del New Jersey l’ha dedicata alla città stessa, ai nostri vicini immigrati innocenti e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good, i due cittadini uccisi in strada da agenti federali dell’immigrazione.
Ascolta il brano qui sotto.
In un comunicato, Springsteen ha dichiarato di aver composto il brano sabato scorso, di averlo registrato il giorno seguente e di averlo reso pubblico immediatamente per rispondere “al terrore di stato che sta colpendo la città di Minneapolis”. Ha voluto dedicarlo alla popolazione di Minneapolis, “ai nostri vicini immigrati innocenti e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good”.
Il brano, in parte acustico, richiama immediatamente alla mente “Streets Of Philadelphia” dello stesso Springsteen, la sua celebre canzone sull’Aids utilizzata nella colonna sonora del film “Philadelphia”. Anche qui l’impostazione è spoglia e dolente, ma il contesto è apertamente politico e non concede attenuanti. Springsteen non fa sconti a nessuno e scandisce senza ambiguità “ICE out now”, trasformando il ritornello in uno slogan di protesta.
Nel testo Minneapolis viene descritta come “una città in fiamme”, teatro di uno scontro tra “fuoco e ghiaccio sotto gli stivali di un occupante”, identificato come “l’esercito privato di Re Trump”, ovvero le forze del Department of Homeland Security arrivate in città “per far rispettare la legge” (“A city aflame fought fire and ice/ ‘Neath an occupier’s boots, King Trump’s private army from the DHS./ Came to Minneapolis to enforce the law”). L’immagine è quella di una città militarizzata, trattata come territorio ostile più che come comunità civile.
Springsteen cita esplicitamente e rende omaggio ai due morti uccisi dagli agenti dell’ICE, inserendo i loro nomi all’interno di una cronaca cantata che assume il tono di un atto d’accusa: “Contro il fumo e i proiettili di gomma/ Alle prime luci dell’alba/ I cittadini si battevano per la giustizia/ Le loro voci risuonavano nella notte/ E c’erano impronte insanguinate/ Dove avrebbe dovuto esserci pietà/ E due morti lasciati a morire sulle strade innevate/ Alex Pretti e Renee Good” (“Against smoke and rubber bullets/ By the dawn’s early light/ Citizens stood for justice/ Their voices ringing through the night/ And there were bloody footprints/ Where mercy should have stood/ And two dead left to die on snow-filled streets/ Alex Pretti and Renee Good”).
Nel passaggio successivo il bersaglio diventa il sistema e la sua narrazione ufficiale. Springsteen smonta la versione della legittima difesa e contrappone alle dichiarazioni dei vertici politici le prove prodotte dai cittadini: “La loro accusa era di legittima difesa, signore/ Non credete ai vostri occhi/ È il nostro sangue e le nostre ossa/ E questi fischietti e telefoni/ Contro le sporche bugie di Miller e Noem” (Their claim was self defense, sir/ Just don’t believe your eyes/ It’s our blood and bones/ And these whistles and phones/ Against Miller and Noem’s dirty lies). La tecnologia quotidiana, i telefoni e le riprese amatoriali, diventano strumenti di resistenza contro il potere e la sua versione dei fatti.
La canzone si chiude con una dichiarazione di memoria e responsabilità: “Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti/ Per le strade di Minneapolis” (“We’ll remember the names of those who died/ On the streets of Minneapolis”).




