le ragioni di questa ingiustizia fiscale
Tempo di 730. Soliti auspici di lotta all’evasione fiscale, solite recriminazioni sulle ingiustizie. Qualche successo marginale che viene magnificato per dare un po’ di biacca all’ingiustizia contributiva, insomma… il solito. Scandagliando l’informazione italiana, mi sono accorto che quasi nessuno parla del mondo dell’agricoltura e del suo contributo al gettito fiscale complessivo.
In generale il quadro del fisco è questo: il gettito deriva per il 75% circa da Irpef e Iva. Per quanto riguarda l’Irpef (fra il 47 e il 50% del gettito totale), più dell’80% viene dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, meno del 10% dai lavoratori autonomi e delle professioni. Per quanto riguarda l’Iva (fra il 27 e il 34% del gettito totale), la pagano anche quelli che pagano l’Irpef, che quindi pagano due volte. Dall’Ires (Imposte sulle società) arriva un altro 9% del gettito.
Il settore terziario genera il 73% del Pil, il gettito fiscale copre quasi i tre quarti del totale, un altro quarto circa viene dal settore industriale (costruzioni incluse). Meno dell’1% dall’agricoltura. Possibile? Lo è, ce lo spiega l’Istat nel suo Report sui conti economici dell’agricoltura 2025: la produzione di agricoltura, silvicoltura e pesca ammonta a 80 miliardi, non bruscolini. Sempre l’Istat suggerisce una prima risposta: “la pressione fiscale reale sul settore si attesta storicamente intorno all’8% del suo valore aggiunto lordo, a fronte di una media che supera il 27% negli altri settori economici come l’industria e i servizi.” Dunque l’agricoltura paga in proporzione molte meno tasse degli altri settori economici del paese.
Siamo tutti consumatori di vegetali sempre più cari e terminali di filiere industriali con alla base gli schiavi da remigrare, eppure l’economia dell’agricoltura non sembrerebbe così marginale se consideriamo la vocazione di intere zone del nostro paese. La spiegazione a questa palese ingiustizia fiscale sta nella storia, nel sistema di privilegi consolidati da clientele politiche, queste sì robuste e produttive. Facciamo un passo indietro.
Napoleone lasciò in eredità – anche negli stati pre-unitari italiani – sistemi di tassazione basati sui Catasti (nel 1861 erano già attivi in larga parte degli stati regionali). L’unità nazionale produsse anche una progressiva omogeneizzazione nella gestione dei sistemi di tassazione delle proprietà agricole, con leggi e regolamenti la cui applicazione non mancò di suscitare opposizioni e rivolte anche sanguinose, specie quando le tasse subivano un aumento o ne venivano introdotte delle nuove: sono rimasti nella memoria i moti popolari contro la Tassa sul Macinato (1868), ma anche i censimenti che implementavano i catasti suscitavano qua e là vere e proprie ribellioni sovente represse nel sangue.
Il Catasto come strumento per la tassazione dei beni immobili è transitato nell’ordinamento repubblicano, modellandosi sulle riforme agrarie che hanno accompagnato la storia recente del nostro paese. Parlando di agricoltura, dall’abolizione della mezzadria in poi, la tassazione colpisce distintamente il proprietario del terreno (Reddito Dominicale) e chi lo coltiva in affitto (Reddito agrario). Ogni tentativo di attualizzare i vecchi valori catastali è fallito, le toppe sono coefficienti di rivalutazione (come per gli immobili), provvedimento “tecnici” per aumentare il gettito senza intervenire sulla valutazione del bene.
Ci portiamo dietro una storia nazionale in cui i due terzi della popolazione fino a 80 anni fa viveva nelle e delle campagne, oggi vittime dell’inverno demografico. Poi il boom economico e la vertiginosa diminuzione per via della meccanizzazione e della trasformazione produttiva. Specie (ma non solo) nel Sud di 80 anni fa favorire la ruralità era una condizione per tenere insieme il tessuto fatto di aristocrazia agricola – storicamente garantita dalla Massoneria – movimenti di lotta e riforma agraria.
Negli ultimi cinque anni, segnala l’Inps, il numero di aziende è diminuito del 9%, oggi sono circa 167mila con circa un milione di dipendenti, fra i quali sono sempre di più gli stranieri e gli stagionali. Un settore, dunque, con elevata redditività, costo del lavoro basso, tassazione irrisoria e incentivi/bonus da record, composto da una parte di aziende sempre più grandi con fatturati milionari, dall’altra di piccole realtà in aree e attività marginali, senza o con pochi dipendenti. Tutte trattate nello stesso modo, dai grandi marchi dell’agroalimentare al piccolo coltivatore bio.
In quasi tutti i paesi europei – tassazione fra il 15 e il 20% – in genere funzionano criteri di tassazione basata sul bilancio delle aziende agricole come per qualunque altra azienda. Le piccole aziende agricole e quelle di aree marginali vengono esentate con tetti variabili a seconda degli Stati e della marginalità stessa. L’Italia risulta unica a esentare le piccole aziende con le stesse modalità di quelle grandi e creatrici di redditi elevati.
Il Governo Prodi ci ha provato, a trasformare in ordinarie le aziende agricole con più di 500mila euro di reddito: bocciato dalla sua stessa maggioranza. Ci riprovò il governo D’Alema alzando la soglia a un milione di euro: medesima conclusione. Poi basta, le associazioni di categoria sono potenti.
Inoltre, le aziende agricole beneficiano di ulteriori contributi di varia natura: Pac quindi un tanto ad ettaro pagato a tutti, contributi all’impianto (esempio: per i vigneti 15-20mila euro a ettaro), contributi all’estirpo, contributi per acquisto di trattori e macchinari, contributi per costruire immobili, contributi per abbassare il prezzo del gasolio, contributi per la promozione dei prodotti d’eccellenza, eccetera.
Il tema dell’equa tassazione non è certo popolare in un settore dai privilegi così radicati, forse è questa la ragione del collateralismo “spinto” delle associazioni degli agricoltori (Cia, Confagricoltura, Coldiretti…): il centrosinistra dica che riformerà il Catasto degli immobili e dei terreni per introdurre maggiore equità fiscale e recuperare in modo stabile risorse da destinare ad altri settori che sono in forte sofferenza. Per riportare gli italiani al voto bisogna dire parole di verità.
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