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Le imprese: «Nei Balcani per competere con la Cina occorre stabilità»

«La Serbia ha un piano di investimenti senza precedenti sulla rete autostradale, su quella ferroviaria e su quella fluviale, e più di un’azienda italiana è in pole position». Giusto lunedì il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, è andato in missione a Belgrado, con l’obiettivo di aumentare gli investimenti e la cooperazione economica dell’Italia in Serbia. Il nostro Paese ha legami forti un po’ con tutti i Balcani, ma è innegabile che la metà di tutte le nostre esportazioni nell’area sono destinate proprio a Belgrado.

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Le proteste di piazza, però, non sono passate inosservate alle oltre 1.200 aziende italiane presenti nel Paese, e nemmeno l’ipotesi che la guida della Serbia, dopo oltre un decennio, possa passare nelle mani di qualcun altro che non sia il presidente Aleksandar Vucic. «Ogni fase di incertezza può avere riflessi sul clima economico e sulla fiducia degli investitori – sostiene Patrizio Dei Tos, alla guida di Confindustria Est Europa, che ricomprende 8 Paesi tra cui la Serbia e l’Albania -. È naturale che alcune aziende abbiano adottato un approccio più prudente nella pianificazione di nuovi investimenti o nell’organizzazione delle proprie attività internazionali». Per Dei Tos, però, sarebbe riduttivo spiegare la situazione economica della Serbia esclusivamente attraverso questa chiave di lettura: «Le imprese italiane presenti in Serbia e nei Balcani occidentali stanno affrontando trasformazioni ben più profonde: il rallentamento dell’industria automobilistica europea, la riconfigurazione delle catene del valore, la crescente concorrenza internazionale e l’aumento dei costi stanno ridefinendo le strategie industriali in tutta la regione. In questo scenario si inseriscono anche nuovi fattori di competizione internazionale, come l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra Serbia e Cina, che modifica il contesto competitivo in cui operano anche le imprese europee».

Pechino, del resto, è ormai il maggior player economico a Belgrado e ha surclassato anche la Germania tra gli investitori. Dal 2014 la Cina ha poi firmato oltre 10 accordi di prestito con banche cinesi per progetti infrastrutturali, e ha intensificato la cooperazione militare con la Serbia vendendole droni e sistemi di difesa aerea avanzati, che testimoniano un allineamento strategico sempre più profondo.

Per competere con i colossi cinesi, le imprese italiane preferiscono schierarsi dalla parte della continuità: «Per gli investitori – sostiene Dei Tos – continuano a contare soprattutto la prevedibilità del quadro normativo, la certezza delle regole, l’efficienza amministrativa, la qualità delle infrastrutture e la disponibilità di personale qualificato». Il ministro Salvini, che questa settimana ha incontrato il presidente serbo, l’ha detta in un altro modo: «Ho fatto i miei complimenti al presidente Vučić e ai colleghi di governo che ho incontrato, mi auguro che ci sia una continuità di azione governativa in Serbia visto che ci saranno le elezioni a breve». E l’Italia è stata tra i Paesi che, in minoranza, giovedì al Coreper avrebbero voluto dare l’ok all’apertura del terzo cluster dei negoziati per l’adesione della Serbia alla Ue.


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