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Lavoro, un italiano su tre si preoccupa per la propria età: pensa che possa chiudergli le porte all’impiego che desidera (ma per le aziende non è così)

In Italia, il primo ostacolo che chi cerca lavoro sente di dover superare è proprio l’età. Un italiano su tre, il 34%, teme che i suoi anni possano limitare l’accesso al lavoro che desidera, più del background scolastico (20%), più del luogo di provenienza (17%), anche più delle competenze linguistiche (16%). Ed è un timore che cresce con gli anni: la Generazione Z vede l’età come un ostacolo relativamente lontano (18,6%), per i Millennial quella degli anni è una preoccupazione minore (23,9%), ma per la Generazione X (38%) diventa un vero ostacolo e per i Baby boomer un problema concreto (44%).

Questi dati arrivano dall’indagine globale condotta da Indeed e YouGov, che ha coinvolto oltre 11mila lavoratori e candidati e 5.600 recruiter in nove paesi, Italia compresa.

Le difficoltà non si esauriscono con l’ingresso in azienda. Anche quando si tratta di avanzamenti, aumenti o opportunità interne, l’età emerge come il principale ostacolo (18%), con un impatto superiore ai titoli di studio (15%), al genere (10%) o al senso di appartenenza alla cultura aziendale (11%). Non sono i giovani a sentirsi più esposti al giudizio, ma i lavoratori più maturi, che temono che il pregiudizio anagrafico impedisca loro persino di accedere a un colloquio.

«L’età si conferma una barriera percepita nel mondo del lavoro, ma con una dinamica inaspettata», spiega Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed. «Se istintivamente associamo la necessità di dimostrare il proprio valore ai giovani al primo impiego, i dati rivelano che questa è una fonte di preoccupazione ancora maggiore per le generazioni più mature. Per questi professionisti, il timore principale non risiede nella mancanza di competenze o esperienza, ma nella possibilità che il pregiudizio anagrafico precluda l’accesso stesso alle opportunità, impedendo loro persino di arrivare al colloquio».

Dal lato delle aziende, invece, il quadro si ribalta. Per molti recruiter, il fattore che più può scoraggiare una candidatura non è l’età del candidato, ma il percorso formativo. Il background educativo pesa (32%) più del dato anagrafico (20%): c’è bisogno di competenze aggiornate e formazione continua. «Questa discrepanza è notevole», continua Bonacchi. «È possibile che i datori di lavoro non siano sempre pienamente consapevoli di come l’età possa influire in fase di selezione. Può capitare che ci siano dei pregiudizi inconsci, che si valutino professionisti anagraficamente più giovani come inesperti o al contrario che si ritenga che i profili più esperti siano “sovraqualificati”. L’età è un fattore slegato dalla competenza o dall’adeguatezza alla mansione»

Come sottolinea l’Indeed Global Talent Report, oggi la forza lavoro è più multigenerazionale che mai: Baby boomer che rimangono attivi a lungo, Generazione X nel pieno della carriera, Millennial già nella leadership operativa e Generazione Z che entra nel mercato. Ma questa convivenza si accompagna a molti stereotipi. I più giovani vengono descritti come meno coinvolti, dipendenti dalla tecnologia, con scarsa empatia e competenze interpersonali ridotte. Una parte significativa della stessa Gen Z condivide queste idee: è un’autopercezione influenzata da come la loro generazione viene rappresentata nei media e sui social.


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