L’Apostrofo Rosa – Benedetta Balestri
Protagonista della prima intervista della nostra nuova rubrica è Benedetta Balestri, classe 1993, milanese, socia e co-fondatrice di One Shot Agency, agenzia italiana specializzata in management e comunicazione digitale, e oggi fondatrice di OSA Group, hub a cui fanno capo quattro aziende specializzate nel mondo della comunicazione e dell’influencer marketing.
Inserita da Forbes Italia tra gli under 30 più influenti, Benedetta ha costruito il proprio percorso professionale in un settore in continua evoluzione, quello della comunicazione e dell’influencer marketing.
Benedetta, se dovessi raccontare la tua carriera a una ragazza di 18 anni, da dove partiresti?
Partirei da una frase: “The world is your oyster” (Il mondo è ai tuoi piedi). È una frase che mi ha guidata in una fase della mia vita in cui non sapevo ancora chi volessi essere. Mi piaceva l’idea che avessimo davanti molteplici vite possibili e che, da qualche parte nel mondo, ci fosse la possibilità di trovare la nostra perla, il nostro talento.
Questa idea mi ha aiutata anche a togliere un po’ di quell’ansia che provavo rispetto al futuro e, soprattutto, a guardare con curiosità e a raccogliere le opportunità che incontravo. In quel periodo ero a Los Angeles e credo di aver capito lì che avrei potuto essere molte cose. Quando sono tornata in Italia ho continuato con lo stesso atteggiamento e ho incontrato il mondo dell’influencer marketing proprio mentre si stava formando: era un settore agli inizi, non esistevano ancora molte delle regole e delle professionalità che conosciamo oggi.
Oggi sono fondatrice di OSA Group, un hub a cui fanno capo quattro aziende specializzate nel mondo della comunicazione e dell’influencer marketing. Se penso alla ragazza di 18 anni, però, credo che la cosa più importante sia proprio questa: non sapeva dove sarebbe arrivata, ma aveva iniziato a pensare che il mondo fosse un posto pieno di possibilità.
C’è stato un momento in cui hai pensato: “Ok, questa è davvero la mia strada”?
Mai! E in realtà mi piace pensare che la mia strada debba ancora trovarla. Torno un po’ all’idea delle molteplici vite possibili: non vorrei mai sentire di essere arrivata al punto in cui posso dire “ecco, farò questo per sempre”.
Sicuramente ho avuto la fortuna e la capacità di costruirmi un lavoro in cui esiste ancora un enorme margine di inventiva e innovazione. Il mondo dei creator, inoltre, mi ha dato accesso a settori che avevo sempre sognato, come la radio, la musica, l’intrattenimento. Ritrovarmi in quei contesti e avere la possibilità di essere ascoltata, di portare un punto di vista e contribuire a dei progetti sono state, negli anni, delle grandi conferme. Ma continuo a sperare che ci siano ancora tante strade che oggi non riesco neanche a immaginare.
Hai mai percepito la necessità di dover dimostrare più degli altri la tua competenza?
Soprattutto all’inizio, sì. Quando ho fondato l’agenzia avevo 23 anni, il piercing al naso e il cappellino portato lateralmente: diciamo che non incarnavo esattamente l’immagine più tradizionale dell’amministratore delegato! Scherzi a parte, in alcuni contesti ho avuto la sensazione di dover lavorare il doppio per dimostrare che dietro quell’età e quell’immagine ci fossero competenze reali. Con il tempo questa sensazione è diminuita, anche perché a un certo punto sono il lavoro fatto, i risultati e le persone con cui hai costruito qualcosa a parlare per te.
Lavorare come agente significa gestire relazioni, opportunità e aspettative. Qual è la parte più complessa del tuo lavoro?
Senz’altro la gestione delle aspettative. Non sempre hai davanti un creator che ha chiaro cosa comporti raggiungere determinati obiettivi. A volte si ha l’impressione che tutto possa succedere molto velocemente: carichi un video, fai un click e improvvisamente arrivano il successo e le opportunità. In realtà quello è soltanto l’inizio. Dietro una carriera che dura ci sono studio, impegno, costanza, proattività e la capacità di continuare a migliorarsi. A volte delegare tutto all’agente può diventare quasi un alibi per accomodarsi e aspettare che le cose accadano. Ed è probabilmente una delle situazioni che trovo più frustranti, perché un agente può creare opportunità, costruire una strategia, aprire delle porte, ma dall’altra parte deve esserci qualcuno che abbia davvero voglia di attraversarle.
Nel mondo della comunicazione e dei creator tutto cambia molto velocemente: come si riconosce un talento destinato a durare nel tempo e non solo una tendenza del momento?
Non credo esista una formula precisa. Nel talento c’è sempre quel briciolo di magia che non si riesce completamente a spiegare: un’aura, la capacità di catturare l’attenzione, un’intuizione geniale, qualcosa che fa sì che tra centinaia di persone tu continui a guardare proprio quella. Quello che invece può aiutarti a capire se quella magia può durare nel tempo è ciò che c’è dietro: una passione reale, la disponibilità a studiare, a impegnarsi, a fare fatica e soprattutto a rimettersi in gioco. Il talento può essere istintivo. Costruire una carriera, invece, richiede moltissimo lavoro.
Incontri tanti talenti: qual è la qualità che ti colpisce di più in una persona, anche oltre i numeri e i social?
L’educazione e la riconoscenza. Ho avuto la fortuna di incontrare lungo la mia strada persone splendide e ne sono profondamente grata. Allo stesso tempo incontro anche persone che fanno fatica a riconoscere il lavoro degli altri, soprattutto quello che avviene dietro le quinte. Per me è una cosa difficilissima da accettare. Dietro il successo di una persona ci sono spesso tantissimi professionisti, tempo, energie e competenze che dall’esterno non si vedono. La capacità di riconoscerlo dice moltissimo di una persona, molto più di qualsiasi numero sui social.

Hai a che fare con persone molto esposte pubblicamente: quanto è importante l’aspetto umano nella gestione di un talento?
È probabilmente la cosa più importante e, allo stesso tempo, la più complessa. Un agente entra inevitabilmente in una dimensione molto personale della vita di un talento. Devi conoscere le sue ambizioni, ma anche le sue fragilità, capire quando spingere e quando fermarti, quando essere un agente e quando semplicemente esserci come persona. L’esposizione pubblica rende tutto ancora più delicato, perché dietro numeri, campagne, commenti e performance rimane sempre una persona. Credo che dimenticarselo sia uno degli errori più grandi che possiamo fare in questo lavoro.
Da dove nasce l’idea di Itaca Lab? C’è stato un episodio o una consapevolezza che ti ha spinto a dare vita a questo progetto?
Per la mia storia personale sono sempre stata molto vicina ai temi della salute mentale. La perdita di una persona per me molto cara mi ha poi portata a interrogarmi su cosa potessi fare concretamente. Per lavoro collaboro con creator che ogni giorno parlano, direttamente o indirettamente, a tantissimi adolescenti. A un certo punto mi sono chiesta se questa enorme capacità di comunicazione potesse essere utilizzata anche per fare qualcosa di utile su un tema così importante. Da questa domanda e dal mio incontro con Progetto Itaca è nato Itaca Lab, un programma di formazione che prova a dare ai creator strumenti e consapevolezza per parlare di salute mentale in maniera più responsabile.
Quali sono le difficoltà più grandi quando si affronta un tema delicato come la salute mentale online?
La difficoltà principale è ricordarsi che possiamo conoscere molto bene la nostra esperienza, ma non quella di tutte le persone che vedranno un nostro contenuto. Ogni esperienza è unica e questo richiede una responsabilità enorme.
Sui social, inoltre, esiste una tendenza a semplificare e a trasformare in sintomi immediatamente riconoscibili condizioni e patologie che sono invece estremamente complesse. Il rischio è quello di favorire l’autodiagnosi o di trasformare un linguaggio clinico in etichette che utilizziamo con troppa leggerezza. E paradossalmente, anche quando si parte con l’intenzione di combattere lo stigma, se si comunica male si rischia di amplificarlo ulteriormente. Per questo credo sia fondamentale formarsi e affidarsi a professionisti competenti.
Come riesci a conciliare l’ambizione professionale con la vita privata e il bisogno di staccare?
È qualcosa che sto imparando con il tempo. Nei primi anni della mia carriera non credo di esserci riuscita pienamente: ho dedicato tantissimo tempo al lavoro, probabilmente a volte anche troppo. Per fortuna faccio un mestiere che mi obbliga a stare con le persone e quindi vita professionale e vita personale, in alcuni momenti, si sono anche intrecciate.
Oggi però ho imparato che esistono delle aree che per me sono sacrosante e intoccabili. Il tempo con le mie amiche, con i miei genitori, con il mio cane. Non sempre riesco a creare un equilibrio perfetto, ma forse ho anche smesso di cercarlo: cerco piuttosto di capire quali sono le cose a cui, indipendentemente dal lavoro, non voglio rinunciare.
Se potessi dare un consiglio a una ragazza che oggi vuole intraprendere il tuo stesso percorso, quale sarebbe?
Il mondo dei social e della comunicazione è in continua evoluzione e credo che la vera sfida sia riuscire ad arrivare cinque minuti prima. Le direi quindi di osservare tantissimo. Osservare i social, i trend, le nuove piattaforme, ma senza limitarsi a seguirli: bisogna interrogarsi su quello che ci stanno raccontando del futuro. Chiedersi perché una cosa sta funzionando, come stanno cambiando le persone, cosa stanno cercando e quale sarà il passo successivo. Non cercherei di insegnarle a fare oggi il mio lavoro, perché probabilmente tra qualche anno sarà già diverso. Le direi piuttosto di provare a immaginare quale sarà il lavoro di domani. E partire da lì.

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